se oggi fosse l’ultimo giorno sulla terra come lo si trascorrerebbe?
cosa farebbe stare bene? cosa appagherebbe davvero? cosa si penserebbe la notte, prima di dormire, e cosa resterebbe addosso al mattino, prima ancora di aprire gli occhi?
si amerebbe ciò che si fa o lo si lascerebbe alla prima occasione migliore?
l’ultimo giorno non toglie soltanto il domani
toglie le scuse il “prima o poi” le vite provvisorie che durano così tanto da diventare una condanna perpetua. toglie le bugie dette piano per non cambiare strada: “va bene così”, “non è il momento”, “domani ci penso”, “ormai è tardi”.
toglie il fuoco lento che non brucia abbastanza da far gridare, ma abbastanza da consumarci dentro e lascia davanti agli occhi la distanza esatta tra ciò che si è e ciò che si finge di poter diventare o già essere.
allora si capirebbe quale voce ascoltare senza interromperla con il rumore inutile della propria fretta, del proprio sproloquiare irrilevante e difensivo.
si capirebbe quale mano tenere più a lungo, quale casa merita la presenza o il ritorno.
si vedrebbe se il lavoro che riempie le giornate è vita o soltanto una serie di scuse e un modo elegante di non viverla. si capirebbe quale silenzio non può più essere abitato e verso quale caos, invece, vale la pena correre.
perché non tutte le vite diventano infelici per mancanza di fortuna.
alcune diventano infelici per troppa prudenza, per troppi rimandi, per un desiderio sepolto sotto una montagna di cose da fare o di assecondamenti dei desideri o imposizioni altrui.
e poi ci si abitua, o semplicemente si rinuncia.
ci si abitua a non scegliere, a non creare, a non sentire troppo.
a vivere abbastanza decentemente da non avere il coraggio di vivere davvero.
si riempiono le ore con cose acquistate, schermi perpetui accesi, video brevi, vite degli altri mangiate con gli occhi, perdendoci inebriati dal profumo dei pixel come tanti altri consumatori ormai consumati.
un dito scorre, senza decidere.
una vita passa, senza vivere.
ci hanno dato milioni di persone da guardare e ci hanno rubato la capacità di guardarci.
ci hanno dato un confronto infinito che non possiamo vincere e lo hanno chiamato libertà.
così un uomo con salute, amore, una casa, un lavoro che funziona e una regina dell’asfalto sotto i piedi, si sente comunque un fallito perché un altro uomo possiede di più, mostra di più, urla di più.
ieri non si vedevano le ricchezze di mr rockefeller.
oggi si vede perfino dove i più ricchi della terra vanno a bere la sera, ma anche quello è solo autolesionismo. nulla di quello ci arricchisce, ma ci svuota.
ci demotiva, ci fa sentire piccoli e poveri
e più ci sentiamo così, più continuiamo a consumare e consumarci.
ma nessuno pubblica la propria notte profonda, il proprio deserto,
la stanza vuota e spoglia dopo gli ospiti,
il letto grande e disordinato in cui non si riesce a dormire.
il confronto è una stanza con troppi specchi.
restituisce immagini, non verità.
e chi non regge la propria immagine senza scappare, senza comprarle qualcosa addosso, senza metterla accanto a quella di un altro, non migliora la propria vita.
la giudica, la disprezza, la fraintende.
e così, la lascia marcire.
la felicità non è avere di più.
è smettere di trattare come irrilevante e prendere per scontato ciò che ci salva:
salute, affetti, tempo, corpo, mente, una casa in cui tornare, qualcosa da creare.
spirito, corpo, anima:
tre stanze della stessa casa.
quando una resta chiusa o trascurata a lungo, le altre non restano in ordine.
cominciano a sentire freddo, poi muffa, poi abbandono.
il corpo non è una vetrina da lucidare per chi passa.
è la casa che porterà tutto il peso di ciò che si diventa.
lo spirito non è un lusso per chi ha tempo da perdere
e non è neppure quello raccontato dagli uomini che si professano appartenenti al sacro, dagli scaltri politici vaticani travestiti da ecclesiastici e dai professionisti dell’altare: uomini che hanno scelto una bandiera, l’hanno chiamata Dio e poi hanno insegnato alla gente a sentirsi sempre in difetto, povera, colpevole e abbastanza piccola e insignificante da obbedire.
l’hanno fatto per secoli.
hanno usato il peccato come un debito senza fine, hanno chiamato umiltà la rinuncia, virtù la frustrazione e fede la paura di diventare ciò che si potrebbe essere.
si sono perfino concessi il diritto di riscuotere quel debito in nome e per conto di Dio, senza che Dio avesse mai dato loro mandato.
eppure quello che chiamano Maestro rovesciò i tavoli di chi aveva fatto del tempio un mercato, chiamandolo una spelonca di ladri; e ciò che la tradizione cristiana legge nel velo squarciato è proprio questo: nessun banco, nessun ufficio, nessun mediatore di carriera fra l’uomo e ciò che chiama Dio.
ma loro, da buoni politici, hanno rimesso i tavoli al loro posto, hanno riaperto gli sportelli, ristampato i debiti e detto alla gente che per essere perdonata, benedetta, salvata, doveva passare di lì.
così la coscienza è diventata un ufficio di riscossione,
la paura, una moneta preziosa da sfruttare,
la fede, una tessera da far timbrare.
non agiscono mossi da malvagità fine a sé stessa.
il loro è un mestiere, un’eredità da difendere.
perché dalla paura degli altri si ricavano denaro, proprietà, influenza, tavoli aperti con gli altri politici e una voce che continua a contare anche quando non sa più parlare di Dio.
e soprattutto, potere.
sono uomini d’affari in abiti griffati, ma consacrati: non vendono soltanto promesse, vendono sollievo dalla colpa che hanno generato e ci hanno sbattuto addosso. e mentre l’uomo si sente indegno, loro diventano più ricchi, più potenti e più difficili da mettere in discussione.
lo spirito è tutt’altra cosa.
è ciò che resta quando il rumore finisce e non c’è più nessuno da impressionare: siamo noi quando smettiamo di ingannarci e proviamo a trovare un benessere, un senso di sé, in questo mondo che continua a distrarci e deluderci.
e poi c’è l’anima.
lei non chiede una vita perfetta, ma una in cui non debba morire di fame né sentirsi continuamente ignorata o schiacciata, seppellita da oggetti e farlocche superficialità.
il lusso non è essere visti nei posti giusti, con le persone giuste, nelle serate giuste.
il lusso è non dover fingere che tutto questo basti.
consumare riempie le mani altrui e svuota il nostro tempo e la nostra vita.
creare invece costa fatica, sporca, espone, fa paura,
ma almeno soddisfa, ci da qualcosa che prima non c’era.
alcuni di noi non sono fatti per essere dimenticati.
non per vanità, ma perché hanno troppo dentro
per attraversare la vita senza lasciare niente dopo di sé.
essere felici non è sorridere sempre.
è arrivare alla sera senza dover fuggire da ciò che si è diventati.
è dormire senza sentirsi assenti dalla propria vita.
è non vedere l’ora di alzarsi la mattina,
per continuare a essere sé stessi.

