Le luci senza nome
Nota di lettura. Prima di leggere queste pagine, può essere utile tornare ai versetti da cui nascono, Genesi 1,14-19, qui in traduzione letterale. L’interpretazione viene dopo. Prima viene il testo, con il suo ritmo, le sue immagini e i suoi silenzi.
Genesi 1,14 «E disse Elohim, “Vi siano luminari (me’orot) nella distesa (raqia) dei cieli, per separare tra il giorno e tra la notte; e siano per segni (‘otot) e per tempi fissati (mo’adim), e per giorni e anni.» 15 «E siano per luminari nella distesa dei cieli, per fare luce sulla terra”. E fu così.» 16 «E fece Elohim i due luminari grandi, il luminare grande per il governo (memshelet) del giorno e il luminare piccolo per il governo della notte, e le stelle.» 17 «E li pose (letteralmente, li diede) Elohim nella distesa dei cieli, per fare luce sulla terra,» 18 «e per governare nel giorno e nella notte, e per separare tra la luce e tra la tenebra. E vide Elohim che era buono (tov).» 19 «E fu sera e fu mattina, giorno quarto (yom revi’i).»
Nota metodologica. Questo testo propone una lettura simbolica e interiore della Genesi. Non intende sostituirne il significato originario né offrire interpretazioni definitive. Vuole lasciare che parole antiche continuino a interrogare l’esperienza dell’essere umano contemporaneo. Presta attenzione a ciò che il testo omette, ripete o dice in modo insolito, come un nome che manca o una formula che ritorna. Distingue però ciò che il racconto dice dalle risonanze che queste pagine propongono, e le tiene separate.
Il 16 luglio 1962 un geologo francese di ventitré anni, Michel Siffre, scese in una grotta delle Alpi Marittime, al confine tra Francia e Italia, e decise di restarci senza orologio, senza calendario e senza vedere il sole. Ogni volta che si svegliava, mangiava o andava a dormire telefonava alla squadra in superficie, che annotava l’ora vera senza mai dirgliela.
Quando dalla superficie gli dissero che era il 14 settembre e che l’esperimento era finito, Siffre non ci credeva. Secondo i suoi calcoli era ancora il 20 agosto.
Aveva continuato a dormire, mangiare, osservare, prendere appunti, ma il suo conto dei giorni si era allontanato da quello del mondo. In seguito attribuì parte di quello scarto proprio all’assenza di albe e tramonti. Senza nulla che li segnasse, i giorni avevano smesso di distinguersi.
Aveva una luce con cui vedere. Gli mancava il ritorno del cielo con cui orientarsi.
I primi tre giorni della Genesi hanno dato molto all’essere umano. Il primo aveva reso visibile ciò che prima agiva nel buio. Il secondo aveva aperto uno spazio per non esserne travolti. Il terzo aveva fatto emergere un terreno sul quale cominciare a vivere e a generare.
Ma si può avere compreso qualcosa di sé, avere imparato a fermarsi, avere trovato qualcosa da coltivare, e non riuscire più ad appoggiarsi a queste conquiste quando torna la notte. Manca ancora una continuità.
Il quarto giorno non accende un’altra luce. Dà alla luce un compito che ritorna. Racconta il passaggio dalla chiarezza che ci visita alla capacità di custodirla nel tempo. La domanda non è più soltanto «che cosa ho compreso?», ma «come posso viverlo senza doverlo comprendere ogni volta da capo?».
Dalla luce ai luminari
Il primo giorno fu detto «Sia luce», ‘or. Il quarto introduce i me’orot, i luminari. Al singolare la parola è ma’or, e indica non la luce in quanto tale ma ciò che illumina. Le due parole hanno la stessa radice, e la loro parentela rende percepibile il passaggio dalla luce al suo portatore. Nel linguaggio del santuario ma’or ricorre per l’illuminazione che deve restare accesa e per l’olio destinato ad alimentarla.
Per questo il quarto giorno ritorna sul primo per svilupparne l’opera. Allora erano comparsi la luce e il suo confine, ora compaiono luminari incaricati di custodire quella distinzione. Il racconto insiste meno sulla loro presenza che sui loro compiti, cioè fare luce sulla terra, separare, scandire i tempi, governare il giorno e la notte.
Anche la terra del terzo giorno attendeva questo passaggio. Aveva già cominciato a germogliare, e ora quella crescita trova una misura, un’alternanza, tempi riconoscibili.
Proviamo allora a leggere la scena dentro di noi. Il giorno è il tempo della coscienza vigile, in cui vediamo con chiarezza e possiamo scegliere. La notte è il tempo in cui quella chiarezza si ritira, nella stanchezza, nel dubbio, nel dolore che non ha ancora parole.
I luminari sono i punti di riferimento interiori che ci permettono di sapere dove siamo anche quando il buio torna, un valore riconosciuto, un legame affidabile, una pratica che ci riporta a noi stessi.
Le stelle sono le piccole luci che restano anche nella notte più fitta, un ricordo buono, una frase che una volta ci ha sostenuto, una certezza minima.
I segni sono i segnali che la vita interiore ci manda, un’inquietudine che ritorna, una stanchezza che chiede ascolto. I tempi fissati sono gli appuntamenti con noi stessi che non si possono rimandare per sempre. E la terra su cui i luminari fanno luce è la vita concreta, ciò che il terzo giorno aveva fatto germogliare. Una luce interiore vale per ciò che illumina, non per quanto brilla.
Non stiamo attribuendo al racconto una teoria della psiche. Seguiamo ciò che le sue immagini permettono di pensare, senza confondere questa possibilità con il loro significato originario. Ci sono comprensioni che arrivano all’improvviso. Una conversazione mette a fuoco ciò che non riuscivamo a dire. Una perdita cambia la misura delle nostre preoccupazioni. Una pagina sembra nominare qualcosa che conoscevamo senza averlo mai davvero pensato. In quell’istante tutto appare evidente. È la luce del primo giorno.
Poi la vita riprende. Tornano gli impegni, le reazioni abituali, le cose lasciate a metà. Ciò che avevamo visto non diventa falso, diventa meno accessibile. Un’intuizione che non entra nel tempo resta un lampo.
Per durare, ciò che si è compreso ha bisogno di una forma. Un’intuizione può trovare dimora in una scelta. Un affetto può diventare una presenza affidabile. La scoperta di un limite può tradursi in un confine che impariamo a rispettare anche quando ci costa. Non si tratta di conservare intatta un’emozione, ma di non affidare tutto alla sua durata.
Ma non ogni ritorno custodisce. Esiste una ripetizione che ci riconduce sempre allo stesso punto e un ritmo che ci permette di attraversarlo diversamente. Anche un’abitudine può diventare una prigione, quando non lascia più spazio a ciò che cambia. I luminari non rendono identici i giorni, permettono di distinguerli. Il ritmo non serve a fermare la trasformazione, ma a non smarrirsi mentre qualcosa cambia.
Le luci senza nome
A questo punto il testo fa una cosa strana. Parla del sole e della luna senza mai nominarli. In ebraico esistono parole comunissime per entrambi, shemesh per il sole e yareach per la luna. Il racconto non le usa. Dice soltanto «il luminare grande» e «il luminare piccolo».
Molti studiosi vedono in questa reticenza un gesto voluto. Nel Vicino Oriente antico il sole e la luna erano divinità. In Mesopotamia il dio del sole si chiamava Shamash, un nome quasi identico all’ebraico shemesh, e il dio della luna Sin. Dagli astri si traevano presagi, si cercava di leggere la volontà degli dèi e la sorte degli uomini.
Nella Genesi gli astri non hanno nome proprio. E c’è un’altra assenza, più sottile. Nei primi tre giorni Elohim aveva dato un nome a ciò che separava. La luce l’aveva chiamata giorno, la tenebra notte, la distesa cieli, l’asciutto terra, le acque mari. Nel quarto giorno i luminari vengono fatti, collocati, incaricati, ma non chiamati. Le stelle arrivano in coda al versetto 16, due sole parole in ebraico, «e le stelle».
Per vedere quanto a lungo l’immaginazione europea abbia intrecciato cielo e vicende umane, si può entrare nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, a Ferrara. Intorno al 1470 Francesco del Cossa e altri pittori della corte estense vi dipinsero l’anno su tre fasce sovrapposte. In alto i trionfi degli dèi, al centro i segni zodiacali accompagnati da figure astrali, in basso la vita della corte e il lavoro dei campi. Ciò che accade in terra sembra discendere da ciò che si muove in cielo.
Il quarto giorno propone un diverso rapporto fra cielo e terra. Il cielo non è un’autorità alla quale consegnare il destino. I luminari ricevono un compito rivolto alla terra, illuminarla e scandirne i tempi.
Possiamo leggere questa trasformazione anche attraverso il tema psicologico della proiezione. Ciò che non riconosciamo dentro di noi può apparirci fuori come una forza autonoma che ci governa. Lo facciamo ancora, con altri linguaggi. «Sono fatto così». «Per me sarà sempre uguale». A volte una storia realmente subita diventa anche una sentenza sul futuro, come se ciò che ci ha condizionati avesse ricevuto il diritto di decidere ogni cosa.
Non significa che tutto dipenda da noi. Esistono ferite, vincoli e ingiustizie che nessuna decisione individuale cancella. Ma riconoscere ciò che ci condiziona è diverso dal consegnargli l’intero governo della nostra vita.
Lo stesso vale per i riferimenti che scegliamo. Un’ambizione può dare una direzione e insieme impedirci di vedere ciò che stiamo sacrificando. Un modello può sostenerci finché ci mostra una possibilità, e diventare soffocante quando pretende di essere l’unica forma accettabile della nostra vita. Davanti a ogni luce che seguiamo vale la pena domandarsi se ci aiuta a distinguere meglio, se ci rende più capaci di scegliere o decide al posto nostro, se lascia visibile il mondo o finisce per oscurarlo.
I luminari del racconto sono rivolti alla terra. Anche ciò che ci orienta trova la sua misura nella vita che permette di vivere, e nessun riferimento, per quanto luminoso, deve diventare un dio. Geremia (10) lo diceva già, con una franchezza quasi moderna, invitando a non avere paura dei segni del cielo come ne hanno paura le nazioni.
Segni e appuntamenti
A che cosa servono, allora, i luminari? Il versetto 14 risponde «per segni e per tempi fissati, e per giorni e anni».
‘Otot significa segni. La parola può indicare realtà diverse, e in altri passi biblici è anche il segno di un’alleanza, come l’arcobaleno in Genesi (9). Qui il suo significato va ascoltato insieme alle parole che seguono, tempi fissati, giorni, anni. Gli astri non sono un enigma al quale consegnare la vita, ma riferimenti grazie ai quali viverla.
Mo’adim, i tempi fissati, viene da una radice che significa stabilire un incontro, darsi un appuntamento. È la parola della ‘ohel mo’ed, la «tenda del convegno», ed è il nome che il Levitico (23) dà alle feste di Israele.
Il quarto giorno non fa cominciare il tempo. C’erano già tre giorni, ciascuno con la sua sera e il suo mattino. Gli dà riferimenti nel cielo. E quei riferimenti non misurano soltanto quanto passa, permettono di riconoscere ciò che ritorna e ciò che è giunto il momento di fare. Il tempo, qui, somiglia meno a una corsa e più a una serie di appuntamenti. Il Qoelet (3) lo dirà in una lunga sequenza, un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Qui la lettura psicologica incontra Freud. Nel saggio L’inconscio, del 1915, Sigmund Freud descrive come «senza tempo» i processi del sistema inconscio. Nel suo modello, questi processi non sono ordinati temporalmente né vengono modificati dal trascorrere del tempo. E aggiunge un’osservazione che, letta accanto al quarto giorno, colpisce ancor di più.
Il riferimento al tempo, nota, è legato al lavoro della coscienza.
Cinque anni dopo, in Al di là del principio di piacere, Freud torna sull’idea e si spinge oltre.
La nostra stessa rappresentazione astratta del tempo, ipotizza, potrebbe derivare dal modo in cui lavora la coscienza. Il tempo, in questa prospettiva, non è soltanto qualcosa che ci accade. È anche qualcosa che la coscienza costruisce, mettendo un prima e un dopo là dove l’inconscio non conosce successione.
Freud non parlava della Genesi, ma la consonanza è suggestiva. Nel racconto, i riferimenti del tempo compaiono quando la luce riceve un compito. Nel modello freudiano, compaiono con il lavoro della coscienza. In entrambi i casi il tempo ordinato non è il punto di partenza, ma una conquista.
Lo sa, in qualche misura, chiunque porti con sé una ferita antica. Qualcosa accaduto molto tempo fa può tornare con l’intensità di allora, come se fosse appena successo. Ciò che si è provato da piccoli può riaffiorare in un adulto come se nulla fosse cambiato. Nell’abisso che abbiamo assunto come immagine della vita inconscia, il passato può sembrare ancora presente.
Il quarto giorno porta le date.
Rende possibile cominciare a dire «Questo è accaduto allora. Oggi non è più quel giorno». Saperlo non basta sempre a sentirlo. Un dolore può continuare a tornare anche quando se ne conosce perfettamente l’origine.
Ma distinguere il passato dal presente apre una possibilità.
Ciò che è accaduto resta parte della nostra storia, senza dover diventare la forma di ogni giorno che viene. Non si tratta di cancellare la ferita, ma di evitare che abbia tutte le date della nostra vita.
Prima ancora di conoscere l’orologio, del resto, un bambino impara il tempo da chi si prende cura di lui. Lo impara dal ritorno regolare di una voce, di un pasto, di una carezza prima del sonno. È così che il mondo comincia a sembrare affidabile.
Una luce si spegne la sera, una voce ritorna al mattino. Forse la fiducia comincia così, prima di ogni parola.
Dalla scoperta che la notte finisce, e che quando finisce qualcuno sarà ancora lì.
Il grande e il piccolo
Il versetto 16 di Genesi parla prima di «due luminari grandi», poi distingue «il luminare grande» e «il luminare piccolo». La differenza appartiene al testo ebraico, ma non viene raccontata come una colpa o una diminuzione subita. Il racconto distingue due luci e assegna loro un compito. Per entrambe usa la stessa parola, memshelet, che significa governo. Una governa il giorno, l’altra la notte.
Il grande non riceve tutto. Il piccolo non viene lasciato senza un ambito da custodire. La differenza di misura non deve diventare una graduatoria del valore. Una luce non è manchevole soltanto perché non fa ciò che fa l’altra.
Le due parole, del resto, non parlano soltanto di dimensioni. In ebraico gadol, grande, e qatan, piccolo, possono indicare anche il maggiore e il minore d’età. In Genesi (29) le loro forme femminili distinguono Lia, la maggiore, da Rachele, la minore delle sorelle. Qui la distinzione riguarda l’età.
Possiamo allora immaginare i due luminari anche come due fratelli di età diversa. Il versetto non lo dice, ma l’immagine aiuta a riconoscere una differenza che non chiede subordinazione. A ognuno è affidato ciò che l’altro non è chiamato a custodire. Insieme governano il giorno e la notte, ciascuno nel tempo che gli è affidato.
Il versetto della Genesi non racconta una contesa. Distingue i luminari attraverso ciò che sono chiamati a governare. Mostra come le immagini del cielo possano parlare anche di relazioni umane.
In Genesi (37) Giuseppe sogna il sole, la luna e undici stelle che si inchinano davanti a lui. Giacobbe comprende subito il riferimento alla famiglia e domanda al figlio se davvero dovranno prostrarsi davanti a lui, padre, madre e fratelli. Nel sogno gli astri diventano figure di persone e di legami.
I due passi non dicono la stessa cosa, ma lasciano sentire nei luminari del quarto giorno una risonanza umana. Nel sogno di Giuseppe le figure celesti si dispongono intorno a un primato, e quel primato accresce la tensione con i fratelli. Nel racconto della creazione ricevono invece ambiti distinti. E il confronto apre una domanda. Per trovare il proprio posto bisogna necessariamente stare sopra qualcuno?
Si può trascorrere molto tempo a misurare la propria luce con quella degli altri. Si cerca di vedere come vedono loro, di riuscire dove riescono loro, di essere riconosciuti nello stesso modo. A poco a poco la differenza sembra un’insufficienza. Non ci si domanda più che cosa si possa portare in una relazione, ma quanto si somigli a chi appare più grande.
Eppure una relazione si impoverisce quando uno dei due deve diventare la copia dell’altro. L’altro può vedere ciò che ci sfugge, dare parola a qualcosa che non sappiamo ancora esprimere, offrire una presenza diversa dalla nostra. Non ogni differenza è buona in sé, ma non ogni differenza va corretta. Alcune rendono possibile ciò che da soli non sapremmo generare.
Anche dentro di noi esistono modi diversi di orientarsi. C’è una chiarezza che distingue, decide, dà un nome. E ci sono momenti in cui quella chiarezza non è disponibile, eppure possiamo ancora riconoscere un limite, custodire un legame, compiere un gesto senza conoscere già l’intero cammino. Questa seconda luce non va disprezzata perché non somiglia alla prima.
Alla luce piccola non viene chiesto di diventare grande per meritare un compito. Le viene affidato il governo della notte. Anche ciò che non è pienamente chiaro può trovare una misura, senza dover essere subito risolto.
Il quarto giorno non chiede di brillare tutti allo stesso modo, né di fissarsi per sempre in un ruolo. Si può imparare dall’altro senza rinnegarsi, trovare il proprio posto senza dover scalzare qualcuno.
E la luna cresce e cala, a volte scompare alla vista, eppure resta la stessa luna. Non deve diventare sole per avere un compito. Nella sua misura, può orientare chi cammina nella notte.
Governare il giorno e la notte
Il governo affidato ai luminari ha una radice, mashal, che nella Genesi ritorna in uno dei passi più intensi. In Genesi (4), poco prima che Caino uccida Abele, Dio gli parla. Il peccato è accovacciato alla tua porta, gli dice, verso di te è il suo desiderio, ma tu puoi dominarlo, timshol bo.
Accostare i due passi permette di cogliere una risonanza e di porre una domanda. Può esistere anche dentro di noi un governo che dia misura a ciò che preme, senza lasciare che occupi tutto? Caino, nel racconto, non ci riesce. Per ciascuno di noi la domanda resta aperta.
Quel governo non è violento. La luce del giorno non insegue la notte per eliminarla. Governa il suo tempo e poi cede il posto, e lo stesso fa la luce della notte. Nessuna delle due occupa tutto. Sul piano interiore, possiamo riconoscere una spinta senza lasciarle decidere ogni gesto. Darle una misura significa anche impedirle di prendersi ogni ora.
Jung usò proprio il corso del sole per descrivere la vita umana, nel saggio Gli stadi della vita, all’inizio degli anni Trenta. Al mattino il sole sale e si espande, a mezzogiorno tocca lo zenit, poi comincia a scendere. Da questa immagine nasce il suo avvertimento.
Non si può vivere il pomeriggio della vita secondo il programma del mattino.
C’è anche una pretesa più silenziosa, quella di vivere sempre a mezzogiorno. Sempre lucidi, disponibili, produttivi, sempre capaci di spiegare ciò che proviamo, come se ogni calo d’intensità fosse una smentita di ciò che siamo. Ma l’alternanza delle luci non è un difetto del mondo.
Questo non giustifica ogni immobilità.
Non ogni arresto è maturazione, e a volte occorre cambiare una situazione o chiedere aiuto. Riconoscere una stagione significa cercare di capire che cosa domanda, invece di attribuirle in anticipo un significato consolatorio.
Governare il proprio tempo significa anche domandarsi che ora è nella propria vita. Ciò che prima chiedeva espansione può ora chiedere profondità. Ciò che ha avuto bisogno di attesa può essere pronto a cominciare. Non si tratta di obbedire a un calendario interiore già scritto, ma di accorgersi quando la luce cambia.
Dalla creazione al compito
Nella volta della Cappella Sistina, Michelangelo dipinse la Creazione degli astri e delle piante, riunendo il terzo e il quarto giorno nello stesso riquadro. Da una parte Dio irrompe con le braccia spalancate e indica il sole e la luna. Dall’altra, visto di spalle, tende il braccio verso la vegetazione. Nello stesso spazio convivono una vita che comincia a crescere e un ordine nel quale quella vita potrà continuare.
Anche il testo compie un passaggio significativo. La distinzione fra luce e tenebra, operata da Elohim stesso nel primo giorno, nel quarto compare fra i compiti dei luminari. Lo stesso verbo, lehavdil, separare, passa a loro. Il versetto 17 dice letteralmente che Elohim li «diede», vayyiten, alla distesa dei cieli. Ciò che all’inizio accade come un gesto diventa una funzione durevole.
Anche la crescita di una persona conosce un passaggio simile. Ciò che all’inizio viene da fuori, la voce che calma, il limite che protegge, la regola che orienta, a poco a poco può diventare una capacità interna.
Chi per anni ha avuto bisogno di qualcuno che gli dicesse quando fermarsi e quando ricominciare, un giorno porta quel ritmo dentro di sé. Non perché il legame sia finito, ma perché è stato custodito.
La fede può leggere in questo passaggio la fiducia di un Dio che affida il mondo e non lo trattiene. La psicologia vi riconosce il cammino dalla regolazione ricevuta alla capacità di regolarsi da sé.
Le due letture non coincidono, ma si guardano.
Il quarto giorno
«E fu sera e fu mattina, giorno quarto», yom revi’i.
Nella settimana della creazione il quarto giorno sta nel mezzo, tre giorni prima e tre dopo. Molti lettori hanno notato anche una simmetria. I giorni dal quarto al sesto riempiono gli spazi aperti nei primi tre.
La luce riceve i luminari, il cielo e le acque riceveranno uccelli e pesci, la terra gli animali e l’essere umano. Questa posizione suggerisce che al centro stia il passaggio in cui ciò che è stato preparato comincia a essere vissuto.
Il tov, il «buono» con cui Elohim guarda la sua opera, ritorna una volta, al versetto 18. Ed è il primo giorno in cui la formula «fu sera e fu mattina» trova nel cielo qualcosa che possa scandirla. Fino a qui sera e mattina si erano alternate senza astri.
Nella nostra lettura, quel movimento aveva accompagnato il passaggio dalla confusione alla chiarezza, e ora trova anche una misura visibile.
Forse la maturità comincia anche da questo, non chiedere a ogni momento della vita di contenerla tutta. Una notte non dice che la luce è finita. Un dolore che ritorna non dimostra che nulla sia cambiato. Il quarto giorno non elimina l’alternanza, le dà dei riferimenti.
La coscienza non è più affidata soltanto alla chiarezza del momento. Può trovare sostegno in ciò che ha imparato a custodire, un limite, un legame, una fedeltà, un gesto che la riporti al presente.
Non una luce capace di risolvere tutta la vita. Una luce alla quale poter tornare.
Resta allora una domanda da portare fuori da queste pagine. Che cosa, fra ciò che abbiamo già riconosciuto come importante, non ha ancora trovato un posto reale nella nostra vita? Non occorre una promessa vasta. Può bastare una forma proporzionata, un tempo da proteggere, una conversazione da non rimandare, un gesto di cura che possa tornare.
Il primo giorno aveva aperto gli occhi. Il secondo aveva creato uno spazio. Il terzo aveva fatto emergere una terra. Il quarto non cancella il lavoro dei precedenti, gli conferisce durata. Ciò che abbiamo riconosciuto, separato e cominciato a coltivare deve poterci accompagnare anche quando non lo sentiamo più con la stessa chiarezza.
Le acque e il cielo stanno per riempirsi di creature.
Per questo la Genesi continua.

