Il giorno in cui la luce cominciò
Nota metodologica
Questo testo propone una lettura simbolica e interiore del racconto della Genesi. Non intende sostituire il suo significato originario, né offrire interpretazioni definitive, ma lasciare che parole antiche continuino a interrogare l’esperienza dell’essere umano contemporaneo.
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C’è un momento nella vita in cui tutto esiste, ma niente ha ancora un nome.
È una confusione profonda, i desideri si contraddicono, le paure non trovano spiegazione, i ricordi tornano senza essere chiamati. Qualcosa si muove, ma non è ancora chiaro che cosa.
Forse Genesi comincia proprio lì.
Non comincia con un mondo ordinato. Non con il giardino. Non con l’uomo in pace. Non con gli animali, né con una bellezza già pronta da contemplare.
Comincia dall’abisso.
Davanti al tehom, l’abisso di Genesi, viene in mente il Monaco in riva al mare di Caspar David Friedrich. In quel dipinto non accade quasi nulla. Un uomo minuscolo, visto di spalle, è fermo davanti a un mare scuro, mentre il cielo occupa quasi tutto lo spazio. Non ci sono alberi, case, barche, voci. Nulla protegge lo sguardo dalla vastità.
Il monaco non domina il mare.
Non lo attraversa.
Non possiede parole per spiegarlo.
Resta davanti a qualcosa che lo supera e che, proprio perché lo supera, lo costringe a fermarsi.
È così che Genesi presenta l’inizio di tutto.
Non vi è un uomo capace di governare il mondo, ma una terra senza forma con la tenebra sopra l’abisso e con acque che non hanno ancora ricevuto un confine.
L’abisso non è soltanto ciò che spaventa. È ciò che eccede la misura dell’uomo. È la profondità che precede le spiegazioni, il punto nel quale la coscienza si scopre piccola e, proprio per questo, può finalmente diventare umile.
Forse la consapevolezza non comincia quando l’uomo comprende. Forse comincia quando comprende di non poter comprendere tutto.
Il mare resta mare. Il cielo resta immenso. Ma chi sta davanti a quella vastità non è necessariamente solo.
«In principio Elohim creò i cieli e la terra».
Poi, improvvisamente, la terra appare tohu va-bohu “informe e vuota”, disordinata, priva di una forma abitabile. Sopra l’abisso, tehom, c’è oscurità. E sopra le acque si muove la ruach di Elohim: il suo Spirito, il suo soffio, il suo vento vitale.
È una presenza che non schiaccia il caos, non lo giudica. Gli resta sopra. Lo attraversa. E, addirittura, comincia a renderlo fecondo.
È difficile non riconoscere, in queste parole, una condizione umana.
Prima che una persona sappia chi è, esiste spesso un tempo nel quale è soltanto terra, adamah. Non terra nel senso di qualcosa di spregevole, ma nel senso di qualcosa di reale, pesante, esposto alla fatica, ancora incapace di dare forma a ciò che porta dentro.
Dentro quella terra c’è tutto, ma tutto è mescolato.
C’è la paura e c’è il desiderio. C’è la ferita e c’è la forza. C’è ciò che è stato ricevuto e ciò che non è ancora stato scelto. C’è una parte che vorrebbe vivere e un’altra che continua a ripetere ciò che conosce, perfino quando ciò che conosce fa male.
Questo è il tohu va-bohu. Non è il male. È l’essere umano prima di comprendere se stesso.
L’abisso non è vuoto
Tehom indica l’abisso, la profondità delle acque primordiali.
Non serve immaginarlo soltanto come un luogo lontano, collocato alle origini del mondo. È anche l’immagine di ciò che abita l’essere umano prima che egli diventi consapevole di ciò che lo abita.
L’inconscio.
E non soltanto quello personale, fatto di memorie rimosse, paure mai nominate, desideri custoditi troppo a lungo nel silenzio. Più in profondità ancora. La regione da cui emergono immagini, intuizioni, sogni, attrazioni improvvise, repulsioni che non si riescono a giustificare.
Carl Gustav Jung avrebbe chiamato tutto questo “inconscio collettivo” una profondità psichica nella quale l’essere umano incontra immagini originarie, più antiche di lui, che lo abitano prima ancora di essere comprese. Dunque, non un deposito confuso di idee.
Genesi e Jung, pur parlando lingue lontane, indicano implicitamente che l’essere umano non è pienamente trasparente a se stesso.
Dentro ogni anima esiste un abisso.
E il problema non è che esista. Il problema comincia quando si finge che non ci sia. Quando un individuo si crede interamente luminoso, razionale, coerente, padrone dei propri pensieri. Quando non vede più ciò che lo muove dal basso, ciò che lo spinge a desiderare una persona, a ferirne un’altra, a cercare conferme, a fuggire proprio da ciò che potrebbe salvarlo.
L’abisso non scompare perché viene ignorato. Diventa soltanto più potente.
Ma Genesi non racconta che Elohim distrugge l’abisso. Racconta qualcosa di più sorprendente.
Sopra quelle acque si muove il suo Spirito.
Sopra le acque
La parola ruach può significare spirito, soffio, vento. Indica ciò che non si lascia afferrare con le mani, ma che muove, attraversa, rende viva ogni cosa.
Il testo dice che la ruach Elohim era merachefet sopra le acque. Si muoveva, vibrava, aleggiava. Non irrompeva con violenza. Non schiacciava il caos. Non umiliava ciò che era ancora informe.
Restava sopra.
Ed è qui che Genesi introduce una presenza che non può essere ridotta a una formula.
Il testo non usa ancora il nome YHWH. Parla di Elohim, il Dio che crea, separa, nomina, dà ordine. La formula YHWH Elohim apparirà più avanti, nel racconto dell’uomo e del giardino.
Elohim parla.
Vede.
Distingue.
Chiama.
Non è dunque una forza cieca dell’universo. Non è una semplice energia impersonale. Una forza non chiama. Un’energia non guarda.
Ma Elohim guarda, parla, distingue.
Eppure, prima di ordinare, illuminare, o dare forma, Elohim non condanna, non giudica la tenebra, resta sopra le acque.
Quando tutto è ancora confuso, non sempre ciò che manca è una spiegazione. Talvolta ciò che manca è una presenza capace di restare.
La fede chiama questa presenza Dio. La psicologia può descrivere, con un linguaggio diverso, il principio ordinatore che impedisce alla psiche di frantumarsi nel proprio caos. Jung parlerebbe del Sé, del centro più ampio dell’Io, della totalità che comprende ciò che l’essere umano conosce di sé e ciò che ancora gli rimane oscuro.
Ma le due parole non devono essere confuse.
Il Sé appartiene al linguaggio della psiche. Elohim non è una parte nascosta dell’uomo. È Colui che gli sta davanti, lo chiama e può dare forma anche a ciò che in lui è ancora abisso.
Poi Elohim parla.
E la luce comincia.
La prima luce
«Elohim disse: sia luce».
La luce nasce perché ciò che è oscuro non sia più l’unica realtà capace di governare la scena.
La luce di Genesi non può essere semplicemente il sole. Gli astri compariranno soltanto nel quarto giorno. È una luce più originaria. È una luce che dà la possibilità di vedere.
È il momento in cui qualcosa, dentro il caos, diventa finalmente riconoscibile. È quando una persona smette di dire soltanto: «Sto male», e riesce finalmente a dire: «Ho paura di rimanere solo».
Quella è luce.
Non risolve tutto, ma rende visibile ciò che prima agiva nell’ombra.
Forse nessuno ha rappresentato questo istante meglio di Caravaggio nella Vocazione di san Matteo. Il maestro non dipinge un cielo aperto. Non mette Matteo su una montagna. Lo lascia seduto in una stanza scura, davanti a un tavolo, fra denaro, mani, volti distratti e abitudini che sembrano destinate a ripetersi per sempre. Potrebbe essere la stanza di chiunque, in una sera qualunque, quando la vita continua a scorrere senza che nulla sembri davvero cambiare.
Poi Cristo entra.
O, più precisamente, entra la luce.
Arriva da fuori, taglia il buio, tocca i volti. Non illumina l’intera stanza. Sceglie. Lascia figure nell’ombra, ne raggiunge altre soltanto in parte, fa emergere una mano, uno sguardo, una fronte che fino a un istante prima appartenevano alla penombra.
È questo che fa la luce di Genesi.
Non trasforma immediatamente l’abisso in un giardino. Non rende tutto semplice. Ma attraversa il luogo nel quale l’uomo era abituato a vivere senza vedersi fino in fondo.
Matteo non diventa un altro uomo nel momento in cui la luce lo raggiunge. Diventa un uomo che non può più fingere di non essere stato chiamato.
La luce non obbliga.
Rivela.
E, dopo avere rivelato, lascia l’essere umano davanti alla propria risposta.
In una prospettiva junghiana, questa è la prima emersione della coscienza, il momento in cui l’Io non è più completamente sommerso dai propri contenuti interiori, ma comincia a osservarli.
Non è ancora la pienezza. È, finalmente, la prima lampada accesa in una casa enorme.
La notte ha un confine
Elohim vede la luce e riconosce che è tov, buona.
Tov indica ciò che è buono, appropriato, armonioso, capace di compiere il proprio scopo. La luce è buona perché rende possibile il discernimento.
Poi accade qualcosa che cambia tutta la lettura di Genesi.
Elohim separa la luce dalla tenebra.
Ancora, la tenebra non viene eliminata, ma separata.
La coscienza non diventa matura quando reprime l’ombra. Diventa matura quando riconosce che l’ombra non può più fingere di essere luce.
La paura può parlare, ma non deve decidere. Il desiderio può nascere, ma non deve diventare immediatamente gesto. La rabbia può segnalare una ferita, ma non deve trasformarsi in violenza. La tristezza può chiedere ascolto, ma non deve convincere che la vita non abbia più futuro.
Ecco ciò che accade nel primo giorno.
Viene introdotto uno spazio, tra ciò che si prova e ciò che si fa. Tra ciò che si teme e ciò che è vero. Tra il pensiero che arriva e la parola che viene scelta. Tra il desiderio di possedere e la capacità di amare.
Quello spazio è la libertà.
Giorno uno
Alla fine, il testo compie un piccolo gesto che quasi tutte le traduzioni rendono invisibile. Dice: yom echad. Letteralmente:
“giorno uno”, oppure “un giorno”.
Le traduzioni rendono spesso “primo giorno”, perché vogliono far intendere l’inizio di una sequenza della creazione. Ma l’ebraico non usa rishon, “primo”. Usa echad, “uno”.
Può sembrare una differenza minima.
Ma non lo è.
“Primo” richiama una serie: primo, secondo, terzo. “Uno” richiama anzitutto un’unità.
Il giorno seguente il testo parlerà di yom sheni: giorno secondo. Ma qui il due non è ancora arrivato. C’è soltanto l’uno.
La luce e la tenebra sono state separate, ma appartengono ancora allo stesso giorno. Non vengono confuse, eppure non sono nemiche.
Forse questa è la prima lezione della coscienza.
L’essere umano non diventa integro eliminando ciò che è oscuro, ma riconoscendolo senza lasciarsene governare. La paura può esistere, ma non deve decidere. La ferita può parlare, ma non può diventare l’intera identità.
La luce è appena comparsa.
E da quel momento il buio non è più l’unica realtà.
C’è poi un’altra sfumatura. Subito dopo, nel testo si legge una formula che siamo abituati a sentire fin troppo spesso: «E fu sera, e fu mattina». Di solito viene inteso come il passare di una giornata, immaginiamo il sole che tramonta, arriva la notte e poi il sole sorge di nuovo.
Ma ricordiamo che gli astri non sono ancora stati creati.
Perciò la sera e il mattino del primo giorno non possono essere letti soltanto come le ore di un normale calendario.
La sera, in ebraico, è ‘erev. Il suo significato diretto è “sera”, ma il termine può anche evocare la mescolanza, il tempo nel quale le cose si confondono e i contorni perdono precisione.
Il mattino è boqer. Significa “mattino”, ma la sua risonanza simbolica richiama anche il momento in cui ciò che era confuso torna a mostrarsi e lo sguardo può finalmente distinguere.
Genesi sta raccontando un movimento.
Prima c’è il tohu va-bohu, il disordine senza forma.
Poi la tenebra sopra l’abisso.
Poi il soffio di Elohim sopra le acque.
Poi la luce.
E infine la separazione.
Ciò che era mescolato comincia a essere riconosciuto.
La sera è la confusione dalla quale si parte. Il mattino è la chiarezza che lentamente emerge.
Non è ancora la piena luce di una coscienza compiuta. Ma è il primo momento in cui l’essere umano può vedere che cosa gli accade dentro. Può distinguere la paura dal desiderio, la ferita dalla propria identità, ciò che sente da ciò che è chiamato a fare.
Il giorno uno non racconta una perfezione già raggiunta.
Il giorno uno l’inizio della coscienza.
È il momento in cui l’essere umano comincia a vedere se stesso senza odiarsi. Comincia a riconoscere l’abisso senza inginocchiarsi davanti all’abisso. Comincia a comprendere che la luce non gli chiede di fingere perfezione. Gli chiede soltanto di non chiamare più giorno ciò che, dentro di lui, appartiene ancora alla notte. E una luce appena accesa ha bisogno di essere custodita.
Per questo Genesi continua.
Dopo avere imparato a vedere, l’essere umano dovrà imparare a non essere travolto dalle proprie acque.

