Nota di lettura
Prima di leggere queste pagine, può essere utile tornare ai versetti da cui nascono: Genesi 1,6-8.
L’interpretazione viene dopo; prima viene il testo, con il suo ritmo, le sue immagini e i suoi silenzi.
Nota metodologica
Questo testo propone una lettura simbolica e interiore della Genesi, con una regola precisa: prende sul serio ciò che il testo omette, ripete o conta in modo insolito. Un numero scelto al posto di un altro, una formula che a un certo punto manca, una parola che non ha singolare. Sono letti come parte del significato. Dove il testo parla, è il testo; dove tace, è lettura.
Le due cose restano distinte.
***
Di solito il secondo giorno della creazione si legge come un cielo solido che regge le acque. Ma è l’unico, fra i sei giorni della creazione, su cui il testo non dice «era buono». E forse quel silenzio non è un dettaglio trascurabile.
La luce era appena comparsa e, per la prima volta, l’uomo poteva distinguere ciò che fino a poco prima lo governava nel buio.
Poteva riconoscere la paura senza chiamarla verità, vedere ciò che gli mancava senza farne la misura di sé, lasciare emergere il desiderio senza trasformarlo in necessità.
Ma una luce appena accesa non è ancora così piena.
Basta poco perché ciò che era stato visto torni a confondersi e le acque risalgano fino a sommergere ogni cosa.
Vedere, allora, non basta.
La coscienza che si accende deve imparare a respirare.
La coscienza deve trovare uno spazio fra ciò che sente e ciò che fa, fra ciò che immagina e ciò che è.
È qui che Genesi compie il suo secondo gesto. Non crea ancora la terra sulla quale camminare, fa qualcosa di meno appariscente ma più necessario: crea il cielo.
«Elohim disse: vi sia un raqia in mezzo alle acque, per separare le acque dalle acque».
L’immagine è semplice e al contempo intricata a una prima lettura.
Separare le acque dalle acque?
In effetti, in principio ci sono soltanto le acque, la profondità, il movimento senza confini. Poi, nel mezzo di quell’indistinto, Elohim pone qualcosa che separa per impedire che tutto continui a mescolarsi senza forma.
Il secondo giorno è il giorno nel quale nasce l’intervallo, la pausa. Quello spazio che non si vede, ma senza il quale nulla potrebbe vivere.
Una distesa fra le acque
La parola che il testo usa è raqia.
Le traduzioni parlano di firmamento, volta, distesa. La radice ebraica, raqa’, indica il gesto di battere, di stendere. È il verbo con cui in Esodo (39) si lavora l’oro fino a ridurlo in lamine sottili. In Giobbe (37) il cielo viene paragonato a uno specchio di metallo fuso.
Il raqia è dunque qualcosa di battuto e disteso, una materia resistente resa sottile abbastanza da reggere e da riflettere la luce.
Il cielo di Genesi non è soltanto un panorama. È allora una struttura, una distesa posta nel mezzo delle acque affinché ciò che preme dal basso e ciò che incombe dall’alto non si confondano di nuovo.
Elohim non prosciuga le acque. Non le maledice. Non ne distrugge una parte per salvare l’altra. Le separa, e poi chiama quella distesa shamayim, cieli.
Cieli, non cielo.
Anche qui il testo concede qualcosa di più.
Shamayim, cieli, ha una forma plurale, come mayim, acque. Due parole che in ebraico non hanno un singolare: è un tratto della lingua, ma per chi legge quella forma che non si chiude in un “uno” suggerisce una vastità che nessuno sguardo può contenere.
Nel primo giorno, sopra le acque, aleggiava la ruach, parola che in ebraico significa insieme spirito, vento e respiro.
Nel secondo si apre lo spazio in cui la luce non viene soffocata e un respiro può circolare. E ce n’è bisogno, perché si può comprendere qualcosa di sé e non riuscire ancora a sostenerlo.
La luce mostra.
Il cielo custodisce.
Le acque di sotto
Le acque di sotto sono tutto ciò che preme dal fondo. Sono le emozioni che salgono e irrompono, le paure che attraversano la coscienza prima ancora di trovare un nome. Sono ciò che, dentro l’essere umano, chiede spazio, ascolto e forma.
Non sono nemiche. Senza di esse non esisterebbe vita: il desiderio apre alla relazione, la commozione ci lascia toccare dall’esistenza dell’altro, persino la paura può proteggere, perché avverte di ciò che potrebbe ferirci. Il problema non è sentirle, ma lasciare che decidano da sole.
Una paura senza cielo diventa panico. La rabbia diventa violenza, il desiderio diventa possesso. Una ferita senza cielo diventa identità.
Quando le acque di sotto non incontrano un limite, l’essere umano finisce per diventare ciò che sente. Non dice più: «Sento rabbia», ma: «Io sono rabbia». Non dice più: «Ho paura», ma: «La paura è la realtà». Non dice: «Desidero questa persona», ma: «Se non la possiedo, non esisto».
Jung avrebbe parlato di complessi. Nuclei carichi di emozione che, quando prendono il comando, agiscono come presenze autonome nella psiche e finiscono per parlare al posto dell’Io.
Le acque diventano distruttive quando diventano assolute. Irrompono quando non trovano più nulla sopra di loro.
Le acque di sopra
Non si viene travolti soltanto da ciò che sale dal fondo. Esistono anche acque che vengono dall’alto.
Sono le idee che visitano la mente, le immagini che spingono oltre ciò che si può realizzare, le intuizioni improvvise, le visioni, le promesse, le attese.
Anche queste acque sono necessarie.
Senza immaginazione non esiste futuro. Senza ideali non esiste direzione. Senza la capacità di alzare lo sguardo oltre l’immediato, l’uomo si spegne dentro ciò che può misurare e possedere.
Ma anche ciò che viene dall’alto può travolgere.
Non sono soltanto gli impulsi a rendere schiavi: può farlo anche un’idea, quando smette di essere interrogata e comincia a nutrirsi soltanto di se stessa. All’inizio può essere una possibilità che accende la mente; poi, se non incontra il reale, cresce, si ripete, cerca conferme e finisce per apparire più vera della vita stessa.
Jung chiamava questo stato inflazione, l’Io che si identifica con un contenuto più grande di lui, un’immagine archetipica o un ruolo, e si sente più grande di ciò che è.
Le acque di sopra diventano pericolose quando la mente non aiuta più l’uomo a comprendere la vita, ma gli costruisce una realtà nella quale rifugiarsi.
È la spiritualità che allontana dal corpo, la conoscenza che non cambia nulla, la parola che resta bella ma non diventa mai scelta concreta, gesto, responsabilità. È anche la fede che, invece di aprire l’uomo a Dio, diventa il bisogno di possederlo, di avere risposte immediate, di costringerlo a confermare ciò che già desideriamo credere.
Nel saggio Sulla natura della psiche, Jung descriveva qualcosa di sorprendentemente vicino a questa immagine. Paragonava la psiche a uno spettro di luce.
A un estremo, come un infrarosso che sfuma oltre ciò che l’occhio può vedere, l’istinto, radicato nel corpo e nella sua necessità. All’altro, come un ultravioletto che oltrepassa ugualmente il visibile, l’immagine archetipica: ciò che in noi appare come idea, intuizione, spirito. Fra i due si muove la psiche, e in essa la coscienza; dalla tensione fra i due nasce la sua energia.
L’istinto, aggiungeva, non si realizza lasciandosi assorbire da esso, ma integrando l’immagine che gli dà significato. È la differenza che passa fra affogare nelle acque di sotto e imparare a guardarle.
L’essere umano non vive soltanto di ciò che sale dal basso né soltanto di ciò che lo chiama dall’alto.
Ha bisogno di un cielo fra le acque.
Il raqia non reprime né le une né le altre. Dà a ciascuna il proprio posto, perché ciò che sale dal profondo non sommerga tutto e ciò che viene dall’alto non perda il contatto con la terra.
Il racconto lo sa. Più avanti, nel capitolo 7 di Genesi, il diluvio non comincia soltanto con la pioggia. Il testo dice che «si spaccarono tutte le sorgenti del grande abisso», il tehom delle origini, e che «si aprirono le cateratte del cielo».
Le acque di sotto e le acque di sopra tornano a incontrarsi. Si può leggere il diluvio come il racconto di un cielo che cede; ciò che il secondo giorno aveva separato torna a confondersi e sulla terra non resta più alcun intervallo.
Anche nell’essere umano esistono diluvi simili. Accadono, ad esempio, quando l’emozione sommerge, o un pensiero occupa tutto. Il passato ritorna, l’immaginazione si accende, la paura cresce; e ciò che sentiamo o immaginiamo finisce per apparire più reale del reale.
Nel 1843 J. M. W. Turner espose due tele sul diluvio, una per la sera e una per la mattina dopo. In entrambe la composizione è un vortice. Non c’è più un orizzonte che separi l’alto dal basso. In particolare, il titolo della seconda tela porta con sé un dettaglio forse ironico: Mosè che scrive il Libro della Genesi. Il racconto della separazione viene scritto mentre ogni separazione sembra dissolversi.
Quando le acque si ritirano, il testo dice che le sorgenti dell’abisso e le cateratte del cielo «furono chiuse». Allora ciò che separava torna al suo posto.
Il luogo in cui non si affoga
Se il primo giorno racconta la nascita della coscienza, il secondo racconta la nascita di una distanza necessaria.
Non è, però, la distanza di chi fugge dalla propria vita o si chiude per non sentire, ma quello spazio di chi impara a restare davanti a ciò che prova senza esserne sommerso.
Senza questo spazio, ciò che emerge dentro di noi chiede obbedienza immediata.
È il momento in cui una persona può dirsi: «Sento questa cosa, ma non devo obbedirle subito». La psicologia dello sviluppo ha un nome per questa capacità: mentalizzazione, il riconoscere un pensiero come pensiero e un’emozione come emozione, anche quando è fortissima. Il suo contrario si chiama equivalenza psichica: vivere ciò che si sente come se fosse la realtà stessa.
Non significa diventare freddi, reprimere ciò che si prova o costruire una prigione dentro di sé. Significa lasciare che ciò che emerge abbia un posto, ma che non occupi l’intero spazio.
Il profeta Isaia (40) usa un’immagine che va nella stessa direzione. Dio «distende i cieli come un velo e li spiega come una tenda in cui abitare».
Il cielo come tenda, come luogo da abitare, non un coperchio, ma una casa.
C’è un affresco, nella Cappella degli Scrovegni di Padova, che può aiutare a vedere questo cielo. All’inizio del Trecento Giotto dipinse la volta di un azzurro profondo, punteggiato di stelle d’oro.
Chi entra e alza lo sguardo non può non accorgersene. Sopra le storie, i volti e le attese degli uomini si apre un cielo.
Forse è questo il dono del secondo giorno, rendere possibile il fermarsi, lasciare che le cose sedimentino e abitare ciò che accade senza esserne espulsi né sommersi.
Blake e il compasso
Nel Monaco in riva al mare di Caspar David Friedrich un uomo minuscolo, visto di spalle, sta fermo davanti a un mare scuro, sotto un cielo immenso, troppo piccolo per dominare ciò che gli sta davanti.
È l’immagine del tehom, l’abisso.
Nel secondo giorno lo sguardo si sposta. Non è più soltanto l’abisso a contare. Conta lo spazio che si apre sopra di esso.
È qui che William Blake offre un controcanto decisivo. Nel suo The Ancient of Days, una figura luminosa si sporge dal fuoco dell’alto e tende un compasso verso il buio sottostante.
A prima vista sembra il Creatore che dà forma al mondo. Ma la figura è probabilmente Urizen, uno dei personaggi centrali della mitologia di Blake.
Il titolo stesso viene da Daniele (7), dove l’«Antico di giorni» siede in trono. Blake gli mette in mano un compasso.
Urizen è il principio della ragione quando si separa dall’immaginazione e dalla vita.
Il suo nome sembra custodire più di una risonanza: your reason, “la tua ragione”, ma forse anche il greco horizein, “delimitare, tracciare un confine”.
Urizen è dunque colui che misura.
Il suo compasso non apre uno spazio in cui la vita possa respirare, rischia di ridurre il mondo a ciò che può essere calcolato, regolato, posseduto.
Blake non condanna ogni confine, ma mette in guardia da un ordine che non sa più custodire ciò che ordina. Esiste un limite che rende la vita abitabile; ed esiste un limite che, nel tentativo di controllare tutto, finisce per soffocarla.
Anche il raqia delimita, ma non è il compasso di Urizen. Non è una legge fredda imposta dall’alto né un argine costruito per rendere l’essere umano prevedibile.
Anche su questo punto la Bibbia è meno semplice di quanto si pensi.
Nel libro dei Proverbi (8) la Sapienza ricorda che Dio «tracciò un cerchio sulla faccia dell’abisso» e che «pose al mare il suo limite, perché le acque non oltrepassassero il suo comando».
Il Salmo (104) dice di quelle acque: «Hai posto un confine che non oltrepasseranno, perché non tornino a coprire la terra». In Giobbe (38) è Dio stesso a dire al mare: «Fin qui giungerai e non oltre».
Nella Bibbia, dunque, il limite non è sempre una gabbia, ma può essere una cura.
Il giorno senza “buono”
Nel primo giorno, subito dopo la luce, Elohim vede che è buona.
Nel terzo giorno il testo lo dirà due volte, dopo che la terra emerge dalle acque e dopo che comincia a germogliare.
Nel secondo giorno, invece, quella formula manca.
Non leggiamo: «Elohim vide che era buono». Resta il gesto. Resta il cielo. Resta la separazione. Ma manca il tov.
Il testo masoretico non ha il tov al secondo giorno; la traduzione greca dei Settanta, in molti manoscritti, lo aggiunge come se qualcuno avesse sentito quel vuoto e avesse voluto colmarlo.
Quel silenzio pone inevitabilmente una domanda. Se il cielo rende possibile il respiro, se impedisce alle acque di confondersi e di sommergere ogni cosa, perché il testo non lo chiama buono?
Nella tradizione ebraica una spiegazione nota, che si trova nel commento di Rashi, è che il lavoro sulle acque non era ancora finito e sarebbe stato completato soltanto il terzo giorno. Ma il silenzio esiste e merita di essere osservato.
Forse il confine, da solo, non è ancora il compimento. È una condizione.
Il cielo è stato posto, ma la terra non è ancora emersa. Esiste ora uno spazio fra le acque, ma non esiste ancora un luogo stabile sul quale camminare.
Sarà il terzo giorno a raccogliere le acque in un solo luogo. Allora apparirà la terraferma e il “buono” tornerà. Non più soltanto distanza fra le acque, ma spazio in cui la vita può cominciare.
Ci sono stagioni nelle quali non c’è ancora nulla di grande da mostrare. Non si sa quale forma prenderà ciò che sta nascendo.
Ma fra l’impulso e l’azione è comparso un cielo. E senza quel cielo nulla potrebbe cominciare.
Nel giorno in cui nasce la pausa tra le acque, anche il testo si ferma. A volte ciò che sembra poco – un confine, un respiro, un intervallo – è ciò che trattiene le nostre idee e i nostri impulsi prima che diventino acque capaci di farci affondare.
Il secondo giorno
«E fu sera e fu mattina: secondo giorno».
Nel primo giorno il testo aveva detto yom echad: giorno uno. Ora arriva yom sheni: giorno secondo.
Con questa parola la sequenza comincia davvero. Un uno non è ancora una serie, diventa il primo soltanto ora, quando esiste un secondo.
E nello stesso istante in cui entra il due, tace la formula del tov.
È chiaro allora che perché vi sia un confine occorrono due lati.
Ogni distinzione porta con sé una tensione. Ciò che era confuso può sentire il limite come una perdita; ciò che era mescolato può vivere la separazione come una frattura. Eppure non esiste forma senza limite.
Il secondo giorno non è ancora il giardino.
Ma è ciò che lo renderà possibile.
Il testo stesso lo conferma. Il quarto giorno gli astri saranno collocati «nel raqia dei cieli», e il quinto gli uccelli voleranno «sulla faccia del raqia dei cieli». Il secondo giorno scava uno spazio che altri giorni abiteranno.
Dopo avere imparato a non essere travolto dalle proprie acque, l’essere umano dovrà imparare a trovare terra.
Per questo Genesi continua.

