Essere giusti non è un titolo, ma una scelta quotidiana

C’è una pretesa talvolta profonda nell’essere umano: credere di essere ciò che si è stati. Di possedere una qualità per il solo fatto di averla dimostrata una volta, o di averla ricevuta in eredità. 

Questa “tentazione” è vecchia quanto il linguaggio, e forse per questo le grandi tradizioni sapienziali, da quella biblica a quella filosofica greca, hanno speso energie enormi per contrastarla.

Partiamo dall’ebraico. La parola che nella Bibbia indica la giustizia è צְדָקָה, tsedaqah, o nella sua forma radicale tzedeq. La radice tz-d-q appare più di cinquecento volte nella Torah, e il fatto che ricorra così ossessivamente non è un caso, bensì la spia quasi di un’ossessione culturale. 

Quella parola non indica semplicemente una condizione giuridica, uno stato di chi è dichiarato innocente da un tribunale. Indica qualcosa di molto più inquieto e dinamico: la tzedaqah è insieme atto di giustizia e dovere morale, norma etica e gesto concreto verso chi ha meno. Non è un aggettivo da applicarsi come una medaglia, ma un verbo da esercitare nella vita. 

La persona tsaddiq – il giusto – non è colui che possiede la giustizia come si possiede un titolo che si sfoggia dentro una bella cornice appeso al muro; è colui che la pratica, che la fa accadere nel mondo, che la rende visibile nel comportamento quotidiano verso chiunque, sia esso il povero, lo straniero, l’orfano, la vedova, etc…

Quando La Sapienza antica venne tradotta in greco, nella versione chiamata Settanta (LXX) i traduttori scelsero di rendere tsedaqah con δικαιοσύνη, dikaiosyne. 

Questa scelta non fu neutrale. 

La parola greca porta con sé tutto il peso della tradizione filosofica ellenica: diké (Giustizia) era per i Greci una delle figlie di Zeus, la dea che partecipava al governo del mondo. 

Era una norma esterna, un ordine cosmico a cui gli uomini dovevano conformarsi. Nella mentalità greca la giustizia è regola, misura, proporzione. Nell’ebraico, invece, è relazione, fedeltà, azione. 

La traduzione è corretta ma incompleta: sovrappone due universi semantici che si assomigliano ma non coincidono. Il primo è geometrico, il secondo è vitale.

Paolo di Tarso capì questa tensione meglio di chiunque altro. Nella sua Lettera ai Galati ripete per tre volte, quasi in stato di trance argomentativa, che l’uomo non viene giustificato, dikaioumenos, dalle opere della legge, ma dalla fede. La parola dikaiosyne risuona novantadue volte nel Nuovo Testamento, ed è una parola di tribunale, indica il riconoscimento della correttezza di una persona, oggi diremo la “buona fede”, ma Paolo ci suggerisce che è Dio a muoversi per primo verso la sua creatura, e quella mossa iniziale si chiama grazia, charis. 

Eppure questa mossa prima non annulla il secondo tempo. Paolo non dice che le opere non contino. 

Dice che non sono la causa, ma l’effetto.

Le opere come evidenza, non come merito

Ed è qui che entra in scena il testo che probabilmente può essere frainteso e si trova nel Nuovo Testamento. 

Giacomo, la lettera che Lutero in un eccesso di coerenza sistematica voleva togliere dal canone, scrive nella sua lingua diretta, quasi artigianale: «Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta». Il termine greco per opere è ἔργα, erga, e per fede πίστις, pistis. Quest’ultima non significa semplicemente credenza intellettuale, come spesso si intende nell’uso moderno. Pistis è fiducia, affidamento, lealtà attiva. È qualcosa di più simile all’alleanza che alla professione di fede. Una pistis senza erga è allora una relazione senza gesti, un patto senza comportamenti: qualcosa di logicamente incompiuto, non solo moralmente carente.

Giacomo non sta contraddicendo Paolo. 

Sta completando il quadro da un’altra angolatura. 

Paolo guarda la sorgente, la giustizia di Dio che precede ogni merito umano. Giacomo guarda il fiume, il flusso di comportamenti che quella sorgente deve necessariamente generare per non essere una finzione. 

I due testi letti insieme dicono una cosa straordinaria: la giustizia non si acquisisce una volta per sempre, né si eredita, né si proclama. Si manifesta ogni giorno attraverso ciò che si fa.

Aristotele, da parte sua, aveva già intuito qualcosa di analogo secoli prima, restando interamente nel territorio della ragione. 

Nell’Etica Nicomachea scrive con una chiarezza che non ha bisogno di commenti: «È agendo in modo giusto che si diventa giusti, agendo in modo temperante che si diventa temperanti, agendo in modo coraggioso che si diventa coraggiosi». La virtù, per lui, non è uno stato che si possiede, ma un’abitudine, hexis, che si consolida attraverso la ripetizione. 

Non a caso la parola greca per carattere, êthos, è quasi identica alla parola per abitudine, éthos: la somiglianza non è casuale, è ontologica. 

Il carattere è, letteralmente, ciò che si è abituati a fare. 

La giustizia è un muscolo: o la eserciti o si atrofizza.

Questa immagine del muscolo che o si esercita o si perde è molto vicina a ciò che accade alla nostra unità interiore: ogni scelta giusta o mancata non riguarda solo il “curriculum” morale, ma il tipo di persona che stiamo diventando, il modo in cui i nostri frammenti si allineano o si disperdono, come abbiamo provato a mappare in “Diventare Interi: la mappa dell’essere completo tra psicologia, filosofia e testi sacri”.

William James, il padre della psicologia americana, riprese questa intuizione alla fine dell’Ottocento con gli strumenti della fisiologia nascente. Nel suo saggio del 1887 sulle “Leggi dell’abitudine” sostenne che il sistema nervoso si plasma attraverso la ripetizione, creando percorsi sempre più solidi nei comportamenti. «Quanti più dettagli della nostra vita quotidiana possiamo affidare alla custodia senza sforzo dell’automatismo», scriveva, «più i nostri poteri mentali superiori saranno liberi per il lavoro che spetta loro.» La virtù, tradotta in termini neurali, è un solco nel tessuto stesso della mente. Non si nasce con essa, e non si può conservarla senza coltivarla.

Viktor Frankl, che citiamo spesso, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti e fondatore della logoterapia, aggiunse una dimensione che né Aristotele né James avevano potuto prevedere: quella della responsabilità come risposta. 

La libertà, per Frankl, non è mai un possesso acquisito una volta per sempre, ma un esercizio permanente: ogni giorno si è messi di fronte alla scelta tra compiere il proprio significato o abdicarlo. 

La giustizia, in questa prospettiva, è la risposta quotidiana che l’essere umano dà alla domanda che la vita gli rivolge. Non un titolo, ma una risposta in atto.

Chi è mia madre? La famiglia come scelta, non come sangue

La domanda che Gesù pone, descritta nel libro di Matteo 12 e Marco 3, è forse una delle più provocatorie dell’intero Testamento. 

Sua madre e i suoi fratelli stanno fuori, cercano di parlargli. Qualcuno lo informa. Gesù risponde: «Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?» E poi, stendendo la mano verso i discepoli: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chi fa la volontà di mio Padre che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre».

Il testo greco di Marco, usa il verbo poieo, fare, compiere, e il participio ho poion, colui che fa. 

Non chi professa, non chi appartiene, non chi è iscritto: chi fa. 

Il presente participiale indica un’azione continua, non un atto passato o una qualità statica. La parentela spirituale non è un certificato anagrafico rilasciato una volta; è riconosciuta e rinnovata nell’atto continuo del fare la volontà alta, elevata, celeste.

Il testo di Marco usa anche una distinzione spaziale precisa, che il lettore frettoloso potrebbe perdere: ci sono quelli che stanno fuori, la famiglia biologica, descritta con il verbo histemi, stare in piedi, e quelli che stanno seduti attorno a Gesù, nell’atteggiamento del discepolo che ascolta e che agisce. 

La differenza non è di tipo affettivo, non è antipatia verso la madre. È funzionale: definisce chi è dentro un processo di trasformazione e chi resta fermo alla porta del proprio ruolo ereditato.

E poi c’è il momento ancora più destabilizzante: le nozze di Cana, primo miracolo descritto nel libro di Giovanni. Maria segnala a Gesù che il vino è finito. La risposta di Gesù, in greco Ti emoi kai soi, gynai, suona come una doccia fredda: «Che c’è tra me e te, o donna?» Il termine gynai non è un insulto: nel mondo antico era un appellativo rispettoso rivolto alle donne, anche alle parenti. 

Lo stesso Gesù lo userà dalla croce, in un momento di tenerezza assoluta, rivolgendosi nuovamente a Maria: «Donna, ecco tuo figlio». 

Ma l’espressione ti emoi kai soi, che riecheggia una formula semita antichissima, presente già nell’Antico Testamento, segnala un distacco di prospettiva, non di cuore: «Non siamo sullo stesso piano in questo momento. Non siamo qui nella stessa veste.» 

Gesù non nega sua madre. 

Nega il titolo come argomento decisivo.

In questo rifiuto del titolo come argomento sufficiente c’è la stessa logica che attraversa tutta la riflessione sulla sovranità interiore: nessun ruolo, nessuna appartenenza, nessun badge sociale o spirituale può sostituire la responsabilità di scegliere, ogni giorno, quali parole e quali gesti faranno davvero parte della nostra vita, come si vede con chiarezza in “Sovranità cognitiva: come il tuo feed scrive il tuo destino”.

L’ora, hora, di cui parla Gesù a Cana è nel Vangelo di Giovanni il momento della morte e della trasformazione. Gesù sta dicendo: la mia agenda non si misura con i legami del sangue, ma con il compimento di ciò che avviene. 

Anche Cana è una parabola delle opere: chi agisce senza capire tutto, ma fedelmente, ottiene il risultato. Chi rivendica senza agire, ottiene una risposta che dovrebbe far riflettere.

Il popolo eletto

Il terzo equivoco, forse il più esplosivo politicamente, riguarda il concetto di elezione. In ebraico il popolo di Israele viene chiamato con un termine che raramente viene citato nella sua forma originale: סְגֻלָּה, segullah. 

La parola compare solo otto volte in tutto il testo ebraico delle Scritture, ma ogni occorrenza è densa di implicazioni. Indica non la proprietà qualunque, ma il bene prezioso personalmente acquisito e gelosamente custodito: il tesoro speciale, non di serie. La prima occorrenza è in Esodo, e la struttura grammaticale di quel versetto è fondamentale: «Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la segullah tra tutti i popoli».

La particella se, in ebraico im, אִם, è condizionale. 

Non è decorativa o implicita. 

È la struttura portante del contratto. 

La segullah è una promessa condizionale, legata al comportamento futuro. 

Dio non dice «poiché siete il mio tesoro, fate ciò che dico»; dice «se farete ciò che dico, sarete il mio tesoro». La causalità è invertita rispetto a come spesso la si legge.

L’ironia, o forse la tragedia, è che lo stesso Deuteronomio, pochi capitoli dopo, rompe ogni possibile compiacenza. 

Mosè, rivolgendosi al popolo prima di entrare nella Terra Promessa, dice esplicitamente: «Non è a causa della tua giustizia che il Signore tuo Dio ti dà il possesso di questo paese: perché sei un popolo dal collo duro». 

In ebraico l’espressione è am qeshe oref, letteralmente popolo di collo duro, o dura cervice. 

Questa metafora fisica, il collo che non si piega, l’animale che resiste al giogo, è l’immagine dell’ostinazione strutturale, non di un peccato episodico. 

Non sei entrato nella terra perché eri giusto, dice Mosè; sei entrato nonostante non lo fossi, per via di una promessa fatta ai padri. Non confondere la grazia ricevuta con un merito vantato.

Il testo è di una franchezza sconvolgente.

La Scrittura, il libro sacro di Israele, dice al popolo eletto che è stato consapevolmente non giusto, che è stato ribelle dall’inizio, che ha il collo duro. Questa autocritica radicale non rappresenta l’eccezione nel testo biblico, ma è uno dei suoi tratti più distintivi. 

I profeti come Isaia, Geremia, Ezechiele martellano lo stesso concetto per secoli: la relazione con Dio non è una rendita di posizione, ma un’alleanza da rinnovare quotidianamente con il comportamento.

La distinzione fra am (עַם, popolo nel senso comunitario, di appartenenza, quasi «quelli con cui si sta») e goy (גוֹי, nazione, popolo etnicamente definito) è rilevante qui: il popolo di Dio, nei testi più profondi, non è definito dall’etnicità ma dall’appartenenza a una pratica. Non sorprende allora che nella tradizione rabbinica il ger, lo straniero che si converte e vive secondo la Torah, sia considerato parte del popolo tanto quanto chi è nato israelita. E non sorprende che Paolo, riprendendo questa linea, scriva nella sua lettera ai Romani che «il vero giudeo è colui che lo è interiormente, e la vera circoncisione è quella del cuore». Ecco che la promessa si sposta dall’identità biologica all’identità morale. 

La segullah è per chi si comporta da segullah.

La giustizia come conquista 

C’è una coerenza profonda tra questi tre livelli: la giustizia individuale, la famiglia spirituale, l’elezione collettiva, che non è banale. 

Tutti e tre rispondono alla stessa logica, nessun titolo acquisito in passato garantisce lo status nel presente. 

La giustizia non si eredita, si pratica. 

La parentela non si rivendica per sangue, si guadagna nel fare. 

L’elezione non si vanta, si abita nel comportamento.

Immanuel Kant, nella sua Metaphysik der Sitten (La metafisica dei costumi) del 1797, sviluppò un concetto di Recht, giustizia, diritto, come coesistenza delle libertà, come spazio che ogni libertà garantisce all’altra. 

Il termine tedesco porta in sé sia il diritto sia il giusto, sia la norma sia la direzione. 

La giustizia kantiana non è un dono, è una struttura che si mantiene solo se ogni soggetto la rispetta continuamente. Non può essere posseduta, solo esercitata. 

In questo Kant è più vicino alla tsedaqah ebraica di quanto si creda.

Ma forse la sintesi più efficace rimane quella di Aristotele, quando scrive che «il carattere si plasma e si consolida attraverso l’abitudine», e che «non nasciamo virtuosi, ma lo diventiamo attraverso la ripetizione di azioni buone». 

Questa frase, scritta nel IV secolo avanti Cristo, risuona identicamente in Giacomo, in Frankl, in William James. Suona come qualcosa di ovvio che continuamente dimentichiamo.

Dimentichiamo perché ci conviene. 

Perché è molto più comodo pensare di essere giusti che esserlo. 

Perché il titolo non costa niente, e il comportamento costa tutto. 

Perché rivendicare un’appartenenza, di sangue, di popolo, di fede, è infinitamente più facile che incarnarla ogni giorno.

La Scrittura, letta senza sconti nei suoi originali, non è accomodante su questo punto. 

Non dice che il giusto è al sicuro perché è stato giusto ieri. Non dice che il figlio di Abramo è protetto per nascita. 

Non dice che chi ha la fede può permettersi di non agire. Dice, con una precisione quasi inesorabile, che la tsedaqah è un verbo, non un sostantivo. 

Che le opere sono lo specchio della fede, non il suo contrario. 

Che la famiglia che conta è quella che si costruisce facendo la volontà più alta, autentica, non quella che si eredita per nascita. 

Che il popolo eletto che si comporta da non-eletto ha perso il filo del “patto” che lo definisce.

È la stessa dinamica che incontriamo quando guardiamo onestamente le zone d’ombra personali o collettive: non basta chiamarsi “giusti”, “credenti”, “civili” per esserlo davvero, se il comportamento va in un’altra direzione; l’unico modo per non perdere il filo del patto – con noi stessi e con gli altri – è attraversare e integrare quelle tenebre, come suggerisce il percorso di “L’Ombra e la Luce: un’indagine sul mondo delle tenebre”.

Essere giusti, in questa prospettiva, non è mai un punto di arrivo. 

È, ogni attimo, un punto di partenza.

Essere giusti, se la Scrittura dice il vero, non è un distintivo da appuntarsi sul petto ma un cammino da riprendere ogni mattina, spesso con passi incerti e mani vuote. Se senti che qualcosa, in queste pagine, ha toccato il modo in cui ti pensi dentro la famiglia, dentro un popolo, dentro le relazioni più strette, puoi continuare a camminare lungo il fiume dove giustizia, coscienza e ombra dialogano un po’ più a fondo.