Giorno Terzo

Un giovane albero con frutti e germogli cresce su una lingua di terra emersa tra le acque, con radici visibili nel suolo e un cielo luminoso senza astri, in un’incisione simbolica del terzo giorno della creazione.

La terra era già lì


Nota di lettura. Prima di leggere queste pagine, può essere utile tornare ai versetti da cui nascono: Genesi 1,9-13, qui in traduzione letterale. L’interpretazione viene dopo; prima viene il testo, con il suo ritmo, le sue immagini e i suoi silenzi.

Genesi 1:9 «E disse Elohim: “Si radunino le acque che sono sotto i cieli in un unico luogo e appaia l’asciutta”. E fu così.»
10 «E Elohim chiamò l’asciutta “Terra” e il radunamento delle acque lo chiamò “Mari”. E vide Elohim che era buono (tov).»
11 «E disse Elohim: “La terra faccia germogliare vegetazione: erba che produce seme, albero da frutti che fa frutto secondo la sua specie, il cui seme è in esso sulla terra”. E fu così.»
12 «E la terra fece uscire vegetazione: erba che produce seme secondo la sua specie, e albero che fa frutto, il cui seme è in esso secondo la sua specie. E vide Elohim che era buono (tov).»
13 «E fu sera e fu mattina: giorno terzo (yom shlishi).»


Nota metodologica. Questo testo propone una lettura simbolica e interiore della Genesi. Non intende sostituirne il significato originario né offrire interpretazioni definitive: vuole lasciare che parole antiche continuino a interrogare l’esperienza dell’essere umano contemporaneo. Presta attenzione a ciò che il testo omette, ripete o conta in modo insolito: un numero scelto al posto di un altro, una formula che a un certo punto manca, una parola che non ha singolare. Distingue però ciò che il racconto dice dalle risonanze che queste pagine propongono, e le tiene separate.

***

Chi ha passato molti giorni in mare conosce un fenomeno curioso. Quando finalmente scende a terra, il suolo continua a oscillare sotto i piedi.

Il corpo ha imparato il movimento e non sa più fidarsi di ciò che sta fermo. Ci vuole qualche ora, a volte un giorno intero, perché le gambe accettino che il pavimento non si muove.

Il secondo giorno ha insegnato a non essere travolti dalle proprie acque. Ma stare a galla non è ancora abitare. Si può imparare a non affogare e restare per anni una persona che galleggia, sempre in equilibrio, sempre vigile, mai appoggiata a nulla.

Il terzo giorno parte da questa fatica silenziosa e dice una cosa che forse non ci aspettiamo: la terra, prima ancora di essere costruita, viene scoperta.

Non tutto ciò che ci sostiene deve essere inventato. Qualcosa può essere riconosciuto, riportato alla luce, vissuto. Non è ancora una vita compiuta. È il terreno da cui cominciare.

Come in tutta questa serie, leggiamo il racconto della Genesi come immagine di ciò che accade nella coscienza dell’essere umano. 

Il mare è il nostro mondo interiore in movimento, la terra ciò che, dentro di esso, regge.

«Appaia l’asciutta»

Il testo dice: «Le acque sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l’asciutta». Il verbo è vete-ra’eh, «sia vista», «si lasci vedere». Non dice «sia fatta». È come se l’asciutta ci fosse già, sotto l’acqua, e ora si lasciasse vedere.

Colpisce anche il modo. Le acque non vengono cacciate, si raccolgono. È un ritirarsi, non una sconfitta. Nella lettura che stiamo seguendo, la distanza del secondo giorno prepara questo gesto: le acque trovano un luogo e qualcosa può finalmente emergere.

A volte ce ne accorgiamo dopo una crisi. Pensiamo a una spiaggia quando l’acqua si ritira: torna visibile una porzione di terra che un momento prima non riuscivamo a vedere.

Anche in noi può accadere così. Dopo un periodo difficile, quando la paura o il dolore si calmano, ci accorgiamo che qualcosa è rimasto in piedi: un valore in cui crediamo, una persona su cui contare, una capacità che credevamo perduta. Questo non vuol dire che tutto sia come prima. Vuol dire che non si ricomincia sempre da zero. E la stabilità comincia spesso dal riconoscere ciò su cui possiamo ancora appoggiarci.

Poi arriva il nome. Dio chiama l’asciutta «terra», ‘eretz, la parola che all’inizio del racconto indicava una terra informe e vuota. Ora acquista un contorno riconoscibile. Come la luce e la tenebra, come il cielo, anche l’asciutta riceve un nome. Ciò che emerge non resta anonimo.

Un unico luogo

Le acque si raccolgono «in un unico luogo»: makom echad. La parola echad, «uno», l’abbiamo già incontrata alla fine del primo giorno: «fu sera e fu mattina, giorno uno». Ora ritorna, ma non indica più un giorno: indica un luogo. Che la parola ritorni è un fatto del testo; il legame che vi ascoltiamo è una lettura. Ciò che nel primo giorno era un’unità di tempo diventa ora un’unità di spazio, un posto in cui le acque si raccolgono.

Si ripete, in piccolo, il movimento del primo giorno. Allora dalla confusione (fu sera) nasceva la luce (fu mattina), un primo rischiaramento. Ora, dalla confusione delle acque, nasce un luogo. Prima c’è un tempo in cui tutto è mescolato, poi qualcosa si ordina e prende posto. Non lo fa cancellando ciò che c’era: lo raccoglie.

Un’emozione che non ha un posto si infiltra dappertutto: nei pensieri, nel lavoro, nelle relazioni, nelle notti. Non sappiamo dove comincia e dove finisce, e finisce per colorare ogni cosa. Un’emozione che ha il suo luogo è diversa: la riconosciamo quando c’è e sappiamo anche quando non c’è. Possiamo andarle incontro e poi lasciarla.

Raccogliere le acque in un solo luogo significa riconoscere che dentro di noi c’è un mare, e che questo mare ha una riva.

Il problema, allora, non è sentire troppo, ma quanto spazio ciò che sentiamo finisce per occupare. Non si tratta di impoverire la vita interiore: si tratta di renderla abitabile.

Il mare resta

Sarebbe facile immaginare che, comparsa la terra, il mare scompaia. Il testo dice il contrario: «la raccolta delle acque la chiamò mari». Il mare ha un nome, quindi un posto, e lo conserva. Anche il plurale conta: yammim, mari, non un mare solo.

Dentro di noi non c’è un’unica acqua, ma molte acque. La paura, il desiderio, il dolore, la tenerezza, tutto ciò che non si lascia mettere in ordine.

La Genesi non chiede di prosciugarle. Una vita senza mare sarebbe una vita arida, e il racconto lo sa. Chiede che il mare stia nel suo luogo.

Il libro di Giobbe, in uno dei suoi passi più belli (38), mostra Dio che dice al mare fin dove può arrivare e dove le sue onde devono fermarsi. Non lo annulla: gli dà una soglia.

La terra fa uscire

Ora il comando assume una forma nuova. Dio non dice soltanto che compaia la vegetazione: si rivolge alla terra perché germogli. E il versetto seguente risponde: «La terra fece uscire».

La terra non è più soltanto ciò che appare. Diventa ciò da cui nasce qualcosa. Viene chiamata a essere feconda.

Per la vita interiore, l’immagine è liberante. Non tutto ciò che diventiamo può essere deciso a tavolino. Occorrono un terreno riconosciuto, tempo e cura. Qualcosa prende forma attraverso le nostre scelte senza essere il semplice risultato di un progetto. Cresce, e nel crescere comincia a somigliarci.

Prima del sole

Un lettore attento si ferma qui con un’obiezione, a dire il vero antichissima. Le piante compaiono al terzo giorno, ma il sole, la luna e le stelle arrivano al quarto. Come possono crescere senza luce solare?

Basilio di Cesarea, nella quinta omelia sull’Esamerone, si ferma su questo ordine: la terra si adorna prima del sole, perché il sole non venga scambiato per l’origine della vita.

La nostra lettura segue un’altra strada, senza pretendere di confutare quella. Nella vita interiore qualcosa può cominciare a crescere prima che sappiamo comprenderlo. Un amore, una vocazione, una fedeltà possono prendere forma prima che riusciamo a riconoscerne la direzione. Non manca ogni luce: manca ancora un orientamento.

Il quarto giorno porterà i luminari e sarà allora il tempo dell’orientamento. Qui qualcosa ha già cominciato a crescere, anche se non sappiamo ancora dove ci condurrà.

La pittura ha dato a questo momento una delle sue immagini più enigmatiche. Non è la celebre scena colorata del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, ma ciò che appare quando il trittico viene chiuso. Sulle facce esterne delle ante si vede un mondo dipinto in toni di grigio, racchiuso in una sfera trasparente. È la scena che il Museo del Prado identifica con il Terzo Giorno della Creazione: la terra emerge fra le acque e porta già vegetazione; non compaiono ancora animali né esseri umani.

In alto a sinistra, una figura minuscola rappresenta Dio. Siede con un libro in grembo e sembra vegliare sul mondo, con la pazienza di chi aspetta che le cose crescano. Sopra di lei corre una scritta che richiama il Salmo (33): «Egli disse e tutto fu fatto, egli comandò e tutto fu creato».

È un’immagine di attesa. Qualcosa di vivo sta nascendo, prima ancora che uno sguardo umano possa riconoscerlo.

Dai loro frutti

Il testo di questi cinque versetti insiste su due formule. Una è il seme, che ritorna più volte; l’altra è «secondo la sua specie», ripetuta a ogni genere di pianta. A una prima lettura può sembrare un’aggiunta superflua, un dettaglio sul quale non occorre fermarsi. Eppure proprio ciò che ritorna può custodire una chiave nascosta: in quell’insistenza possiamo riconoscere il cuore del giorno.

Ogni seme porta con sé una possibilità di forma, che ha bisogno di tempo e di condizioni favorevoli per realizzarsi. La vita non si esaurisce nel proprio apparire: può continuare, generare altro.

In termini umani, è il momento in cui la persona smette di essere soltanto difesa e comincia a prendere forma. Il secondo giorno aveva tracciato un confine; il terzo fa emergere un’identità capace di generare. Ciò che siamo comincia a rendersi riconoscibile nei gesti che riusciamo a coltivare: un modo di lavorare, di voler bene, di mantenere una promessa. Il testo lo racconta con un albero.

Il libro di Matteo (7) usa la stessa immagine: «dai loro frutti li riconoscerete». Nel passo originale riguarda i falsi profeti; qui lo accostiamo alla nostra lettura come una domanda: che cosa rendono visibile, nel tempo, le nostre azioni? Non le dichiarazioni, non le intenzioni: i frutti.

Un artista ha dato a tutto questo una forma sorprendente. Nel 1968 Giuseppe Penone, nella serie Alpi Marittime, fissò una mano di metallo al tronco di un giovane albero, che continuò a crescere intorno a quel punto. L’opera si intitola Continuerà a crescere tranne che in quel punto.

Possiamo leggervi anche un’immagine della nostra esperienza. Non sempre crescere significa cancellare il segno di ciò che ci ha fermati. A volte significa trovare una forma nuova intorno a quel limite.

Il giorno con due «buono»

Nel secondo giorno manca il giudizio «era buono» (tov). Nel terzo compare due volte: al versetto 10, dopo la comparsa della terra e dei mari, e al versetto 12, dopo la comparsa della vegetazione.

La tradizione ebraica ha notato da tempo la coincidenza. Secondo Rashi, il primo «buono» completa il lavoro lasciato in sospeso dal secondo giorno, quello delle acque. Per questo il giudizio viene pronunciato due volte, per l’opera portata a termine e per quella propria del nuovo giorno. Nella lettura che stiamo seguendo, il confine rivela così il proprio frutto: non protegge soltanto dalle acque, permette di trovare un terreno sul quale vivere.

Questa è forse la lezione più consolante di tutta la sequenza. Il tempo della difesa può sembrare ingrato, perché protegge senza dare nulla in cambio. Ma non è ingrato, è incompiuto. Il suo «buono» arriva dopo, con la terra. E poi ne arriva un secondo, perché la terra, a sua volta, non basta.

La terra deve dare frutto.

Il terzo giorno

«E fu sera e fu mattina: giorno terzo», yom shlishi.

Nella Bibbia il terzo giorno ha una piccola fama. In Genesi (22) è al terzo giorno di cammino che Abramo alza gli occhi e vede da lontano il luogo, hammaqom: la stessa parola del «luogo» in cui si erano raccolte le acque.

Torna così anche la formula che conosciamo. Nel primo giorno avevamo letto la sera come perdita dei contorni e il mattino come apertura alla chiarezza. Qui quell’alternanza prende corpo: il seme resta nascosto nella terra, nel buio, dove tutto è ancora mescolato; poi qualcosa spacca il suolo e viene alla luce. Nella nostra lettura, la sera e il mattino diventano così un’immagine della nascita: un tempo nascosto e un tempo in cui qualcosa si manifesta.

Il terzo giorno sembra essere quello in cui qualcosa diventa finalmente visibile. La terra è apparsa, ma non resta spoglia. Comincia a germogliare. Il giorno non termina quando esiste un luogo sul quale stare, termina quando quel luogo mostra di poter dare vita.

Forse anche nell’essere umano accade qualcosa di simile. Trovare terra non significa diventare immobili o non conoscere più tempeste. Significa avere un punto dal quale partire, qualcosa da coltivare, una promessa da affidare al tempo.

Il mare resta. Ma non occupa più tutto.

E ciò che emerge non chiede soltanto di essere difeso. Chiede di crescere.

Dopo avere trovato terra, l’essere umano dovrà imparare a orientarsi. Per questo la Genesi continua.

***

Per chi vuole andare più a fondo

Raccolta e speranza. La parola ebraica per «raccolta», miqveh, viene dal verbo qavah, «raccogliere». È vicinissima, nel suono, a tikvah, «speranza». Il legame tra le due parole resta una suggestione, non una certezza lessicale: lo lasciamo come risonanza. L’eco c’è.

Una persona che ha raccolto le proprie acque in un luogo non ne è più travolta: ha trovato una riva dalla quale affrontarle. E questa è già una forma, molto concreta, di speranza.

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