
c’era un uomo
che chiamava “forza”
quel piegare i giorni
come ferro caldo
sotto il martello.
correva controvento,
stringendo i denti,
finché il tempo,
stanco di essere inseguito,
lo lasciò cadere a terra.
fu allora che notò l’acqua.
non pareva eroica,
non rompeva nulla,
ma tutto avvolgeva.
passava, scorreva,
e nel passare scavava rocce,
persino montagne.
l’uomo si accorse
che ogni volta che aveva forzato
una porta ostinata
aveva lasciato dietro di sé
un mucchio di schegge
e nessuna casa.
cominciò a sperimentare
un’altra forma di movimento:
non più spingere il fiume o il vento,
ma guardare dove andavano
e affiancarli.
scoprì che quell’agire
non era stare fermo,
tutt’altro:
era muoversi con l’universo.
stava imparando a muoversi
con la trama segreta
che reggeva le cose.
recuperava energie:
dove non tirava più corde,
compariva spazio.
dove non stringeva più i pugni,
tornava il respiro
e il giusto silenzio.
dove non combatteva la corrente,
riappariva il tempo,
altrimenti perduto.
quel tempo
che credeva di non avere mai
si rivelò non un premio,
ma un effetto.
con il tempo recuperato
ed energie ritrovate
iniziò a camminare
proprio verso i luoghi
che un tempo gli sembravano
controvento.
e lì scoprì
che, imparata la lezione,
quel muro di vento cambiava volto:
non più nemico,
ma alleato.
non era il mondo
ad avergli aperto la strada:
era lui stesso
ad aver smesso di farsi muro,
di opporsi alla sua stessa natura.
fu allora che comprese
che la vera forza
è l’arte silenziosa
di non ostinarsi,
non logorandosi contro la vita,
ma lasciando che la vita
lo porti lì dove non sarebbe mai arrivato
senza l’aiuto dell’universo,
di cui è parte.
