Osservare era un atto antico, quasi sacro.
Ma quello che vedevo ora non chiedeva in cambio alcuno sguardo.
Lei avanzava in quel tempo che non scorre.
Festeggiava una festa che non avrei mai potuto raggiungere.
Era un’ombra innamorata della propria luce.
Rideva, come ridono gli echi,
per nessuno,
oppure per tutti.
L’immagine vibrava:
non carne, ma luce che finge calore.
Ogni movimento era un rito, perfettamente calcolato, eternamente ripetuto.
Eppure mi emozionava come una creatura viva
e dal modo in cui la luce conosceva bene l’inganno.
Restavo immobile, desiderando presenza,
mentre l’aria sapeva di eternità.
Cercavo un segno di esclusività,
un respiro, un errore.
Ma la perfezione era il suo muro,
la sua prigione.
Lo specchio (o forse lo schermo?) respirava piano.
Dentro scorrevano giorni che non esistevano più e che forse sarebbero esistiti anche oltre me.
La luce mi accarezzava, ma senza toccarmi.
Io c’ero: ma solo come riflesso.
Compresi che nessuna invenzione supera la nostalgia.
L’uomo non crea immagini per ricordare:
le crea per non morire di distanza,
per darsi alle moltitudini,
senza doverne subire la presenza.
Così, guardando lei che non poteva vedermi,
mi accorgevo che ero io, in fondo, l’immagine.
Il resto, tutta una proiezione collettiva di desiderio.
E qualcuno, altrove,
forse mi osservava nello stesso istante,
pensando che io fossi reale.
