La trappola dell’alibi

C’è una domanda che poche persone si fanno davvero, perché la risposta è scomoda: in quante delle tue difficoltà sei tu la variabile costante?

È una domanda per smettere di sprecare energia nel posto sbagliato.

Quando qualcosa non funziona, una relazione, un progetto, un aspetto della propria vita, la prima mossa quasi automatica è guardare fuori: le circostanze avverse, le persone difficili, il momento storico, la sfortuna strutturale. 

A volte quelle cause sono reali. Ma c’è una differenza fondamentale tra riconoscere un ostacolo esterno e trasformarlo in identità, cioè in risposta definitiva alla domanda “perché la mia vita è così”.

Chiamiamo questa seconda operazione mentalità dell’alibi. Non è pigrizia, né ingenuità. È qualcosa di più sottile: una strategia cognitiva che protegge l’immagine di sé a scapito della capacità di agire. Finché il problema è fuori, io sono salvo. 

Finché la colpa è altrove, non devo cambiare nulla di ciò che sono.

Il costo di questa strategia è esattamente la vita che vorresti vivere.

Il problema non è la realtà. È il filtro con cui la leggi.

La filosofia stoica ha distinto con precisione tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi – τὰ ἐφ᾽ ἡμῖν e τὰ οὐκ ἐφ᾽ ἡμῖν, “le cose che stanno a noi / dipendono da noi e le cose che non stanno a noi / non dipendono da noi”. Ovvero la distinzione tra ciò che è sotto il nostro dominio interiore (giudizi, volontà, scelte) e ciò che è esterno e non controllabile (eventi, esiti, opinioni altrui), su cui non ha senso fondare la nostra pace d’animo. Ciò non per rassegnarsi all’esterno, ma per liberare energia da investire nell’unico luogo in cui l’investimento produce un rendimento reale: il carattere, il giudizio, la risposta che scegliamo di dare.

Questo non è ottimismo. È ingegneria dell’attenzione.

Quando passi anni a costruire una narrazione in cui sei il soggetto che subisce, il sistema, la famiglia, il contesto economico, il partner sbagliato, stai inconsapevolmente allenando un riflesso: interpretare ogni evento come conferma di quella narrativa. La mente diventa una macchina di conferme, non uno strumento di lettura. E allora succede qualcosa di paradossale: puoi incontrare le condizioni oggettive per cambiare, un’occasione concreta, una relazione sana, un margine reale di manovra, e non vederle. O vederle e sabotarle, con un’eleganza che spesso non riconosci nemmeno come tale.

La Scrittura ebraica ha un modo radicale di dire questa stessa cosa. In Proverbi 23,7 si legge, rimanendo aderenti all’ebraico: “Come egli calcola in sé, così egli è.” Non come appare, non come dichiara di voler essere: come elabora, come ragiona dentro di sé, come ha strutturato il modo di leggere il reale. Il testo descrive una legge di coerenza interna: prima o poi, la vita esterna tende a convergere verso la struttura interna. Non per magia, ma perché la struttura interna determina le scelte, le scelte determinano le azioni, le azioni determinano i risultati.

Identità e incoerenza: il nodo che nessuno vuole vedere

Il motivo per cui molte persone non cambiano, pur volendolo sinceramente, non è la mancanza di motivazione. È un’incongruenza strutturale tra il cambiamento desiderato e l’identità che continuano ad abitare.

Immagina qualcuno che vuole costruire qualcosa di significativo come un lavoro, una relazione profonda, un contributo reale al mondo, ma continua a identificarsi, nelle sue conversazioni interiori, come “quello che non ce la fa”, “quello a cui le cose non funzionano”, “quello che ha avuto meno degli altri”. Può avere tutta la buona volontà del mondo: ogni volta che incontra un’opportunità reale, la sua struttura interna la misura sul metro dell’identità che abita, non su quello dell’identità che vuole costruire. Il risultato è quasi sempre lo stesso: un motivo per cui non è il momento, per cui lui non è ancora pronto, per cui meglio aspettare ancora un po’.

Questo non è codardia. È coerenza con un’immagine di sé sbagliata. Ed è esattamente il problema.

L’unica via d’uscita non è motivarsi di più, né convincersi che andrà bene. È iniziare ad abitare, a piccoli passi e con piena consapevolezza della discontinuità, il tipo di persona che sarebbe naturalmente in quella vita. Pensare come pensa quella persona. Parlare come parla. Scegliere come sceglie. Non come performance, ma come allenamento strutturale: stai costruendo la capacità di reggere ciò che vuoi.

La differenza tra questo e il “pensiero positivo” di consumo è enorme. Il pensiero positivo dice: ripeti abbastanza forte che ce la fai, e il mondo si adeguerà. Quello che descrivo dice esattamente il contrario: il mondo non si adegua alle tue dichiarazioni, si adegua, lentamente, impietosamente, a chi sei diventato davvero. Alle scelte reali che fai, non a quelle che annunci di fare.

Uscire dal rumore senza andare in fuga

C’è un secondo livello da considerare, e riguarda il contesto culturale in cui avviene tutta questa operazione.

Viviamo immersi in un sistema che ha un interesse preciso nel mantenerci in uno stato di reattività permanente: consumiamo di più, siamo più dipendenti, siamo più facili da indirizzare quando siamo reattivi, distratti, emotivamente sovraccarichi. La narrazione culturale dominante non ci vuole lucidi e radicati: ci vuole indignati, ansiosi, e convinti che l’identità sia la somma delle ferite ricevute.

Uscire da questo non significa negare le ingiustizie reali. Significa rifiutare di lasciare che definiscano chi sei, cioè la struttura profonda da cui prendi le decisioni.

Paolo di Tarso, in Romani 12,2, scrive qualcosa che nella maggior parte delle traduzioni perde quasi tutto il peso originale. Il testo greco dice letteralmente: “Non lasciatevi plasmare secondo lo schema di questo eòn (mondo / epoca), ma lasciatevi trasformare mediante il rinnovamento della mente.”

L’eòn non è semplicemente “il mondo” nel senso fisico, è l’epoca, il sistema di forme dominanti, il modo in cui una civiltà organizza il desiderio, l’attenzione, l’identità. 

Paolo sta descrivendo esattamente quello che oggi chiameremmo pressione culturale: la forza silenziosa che modella chi sei senza che tu te ne accorga, non attraverso imposizioni esplicite ma attraverso schemi ripetuti, narrazioni ambientali, aspettative incorporate, messaggi subliminali continui.

Il verbo che usa per questo processo passivo di plasmarsi è suschematizesthe: da schema, forma esteriore. Per meglio dare un’idea, è il verbo di chi subisce una forma dall’esterno, come l’argilla che prende la forma del contenitore.

Il contrario che propone non è la fuga da quel sistema, non è l’isolamento o il rifiuto del mondo. È metamorphousthe: trasformarsi, da morphé, forma interiore, struttura profonda. Un processo attivo, che parte da dentro, che richiede il rinnovamento della mente come lavoro deliberato e continuo.

La distinzione è chirurgica: puoi smettere di guardare i telegiornali, uscire dai social, circondarti di silenzio, e restare comunque plasmato dall’eòn, perché lo hai già incorporato. Non ti liberi dal rumore allontanandoti da esso. 

Ti liberi sviluppando la capacità di attraversarlo senza che ti ridefinisca.

La semina reale contro la narrativa di sé

C’è un principio che attraversa culture, tradizioni e secoli, e che è difficile da contestare perché è semplicemente una descrizione di come funzionano i sistemi: raccogli quello che hai effettivamente fatto crescere, non quello che hai dichiarato di voler fare crescere.

In Galati 6,7 Paolo lo formula in modo secco, quasi brutale: “Ciò che l’essere umano semina, questo mieterà.” È una legge di coerenza, esattamente come quella dei Proverbi. Il mondo, le relazioni, le opportunità, i risultati, il tipo di persone che attrai, risponde alla semina reale, non alla narrazione.

Questo è il punto in cui la mentalità dell’alibi crolla sotto il proprio peso. Puoi costruire la più elaborata delle spiegazioni su perché la tua vita è così, ma il campo non legge le spiegazioni. Legge i semi. Legge le scelte concrete, le ore usate, l’attenzione investita, il tipo di persona che sei effettivamente diventato nel tempo, non quello che hai intenzione di diventare.

La responsabilità radicale non è un peso morale. È una liberazione cognitiva: se il problema sei anche tu, allora puoi agire. Se il problema fosse solo il mondo esterno, saresti condannato ad aspettare che il mondo cambi, il che, storicamente, non è una strategia particolarmente affidabile.

Una sola cosa da fare, adesso

Non serve una rivoluzione. Le rivoluzioni interiori annunciate solennemente a se stessi sono quasi sempre un altro modo per rimandare.

Il Deuteronomio 30,15 mette in scena qualcosa che se letta bene è incredibilmente potente: “Ho posto davanti a te oggi la vita e il bene, la morte e il male.” 

La parola che cambia tutto è oggi

Non quando sarai pronto. Non quando le condizioni saranno migliori. Non quando morirai, in una sorta di giudizio finale. 

Oggi, l’oggi di ogni giorno, con quello che hai, nella situazione concreta in cui ti trovi. La scelta non è un evento biografico eccezionale, è la qualità della risposta che dai adesso, e poi di nuovo domani, e poi ancora.

La geometria di questo è precisa. In matematica basta modificare di un solo grado l’angolo di partenza perché, percorrendo la stessa distanza, si arrivi in un posto completamente diverso. Un grado su una rotta breve è quasi impercettibile. Su una rotta lunga, una vita, è la differenza tra due destinazioni che non hanno nulla in comune.

Il Salmo 37,23 da un altro prezioso indizio: “I passi dell’uomo sono stabiliti da YHWH, ed egli si compiace nella sua via.” Il testo non parla di gesti eclatanti, non parla di svolte epocali. Parla di passi: ts’adim, un passo dopo l’altro, il movimento ordinario di chi cammina. 

La via si costruisce camminando, non desiderando camminare.