Il rumore del vento e il silenzio delle pecore

C’è qualcosa di istintivamente irritante, per una persona abituata a pensare, nell’essere definita “pecora”. 

L’immagine evoca passività, conformismo, mancanza di autonomia, la figura di chi segue senza capire, quasi per inerzia. Eppure, la tradizione antica ha insistito ostinatamente su questo linguaggio: Dio come pastore, il popolo come gregge, Gesù come “buon pastore” e i discepoli come pecore che ascoltano la sua voce. 

Perché un maestro che parla alla coscienza e chiama alla responsabilità sceglie una metafora che, a prima vista, sembra denigratoria?

La scena quotidiana che fa da innesco è semplice: un uomo si avvicina a un gregge, prova a richiamare l’attenzione degli animali, emette suoni, gesti, rumori. 

Le pecore, salvo qualche sguardo rapido per verificare l’assenza di pericolo, continuano a brucare. Non è indifferenza assoluta, però; è una vigilanza selettiva. Esse interrompono l’atto fondamentale, nutrirsi, solo quando percepiscono un segnale significativo. In quell’ostinazione nel brucare sta forse una chiave per capire la metafora della saggezza antica: non tanto l’elogio della passività, quanto l’immagine di un’attenzione che sa concentrarsi su ciò che nutre, senza farsi dominare da ogni rumore di fondo.

“Pecore”: meno insulto, più diagnosi  

Per cogliere il nucleo della metafora occorre tornare alle parole originali. Nel linguaggio antico, il pastore è innanzitutto una figura politica e teologica, non sentimentale. Nell’Antico Testamento, Dio è spesso descritto come pastore di Israele: si pensi al celebre “Il Signore è il mio pastore” del Salmo 23, in cui il movimento è quello della guida, del condurre “ai pascoli erbosi” e “alle acque tranquille”, non dell’annullamento della soggettività. L’immagine delle pecore, in ebraico, non porta con sé l’idea moderna di “stupido”; descrive piuttosto vulnerabilità, bisogno di orientamento, esposizione a pericoli che l’animale singolo non è in grado di fronteggiare da solo.

I profeti, soprattutto Geremia ed Ezechiele, usano con forza il contrasto tra “buoni” e “cattivi” pastori. Non sono le pecore a essere condannate, ma i pastori che sfruttano, disperdono, si nutrono del gregge invece di nutrirlo. In Ezechiele 34 questa inversione è esplicita: Dio stesso si presenta come colui che verrà a pascere le pecore abbandonate e ferite, contro i governanti che hanno esercitato il potere come predazione, non come cura. La metafora, allora, non dice “voi siete incapaci”, ma “voi siete stati esposti a guide che non vi hanno protetto”; denuncia il tradimento di chi avrebbe dovuto prendersi cura.

Il “buon pastore”: kalòs, non semplicemente “buono”

Nel libro di Giovanni, la formula “Io sono il buon pastore” concentra secoli di immaginario biblico. In greco l’espressione è poimēn ho kalos: non un generico “buono”, ma kalòs, termine che tiene insieme bello, autentico, propriamente adeguato. 

Il pastore di cui si parla è quello che corrisponde in modo compiuto alla sua funzione, che porta a termine il compito di custodire le vite che gli sono affidate. Il punto decisivo non è la docilità delle pecore, ma la qualità di chi le guida.

Quando il testo specifica che il buon pastore “chiama le sue pecore per nome” e “le conduce fuori”, rovescia anche l’idea di massa indistinta. 

Non c’è un gregge anonimo, ma una pluralità di singoli riconosciuti. 

La pecora, in questo quadro, non è la caricatura dell’essere umano che non pensa, bensì la figura dell’individuo che vive in un ambiente complesso, esposto a molte voci, e che deve decidere a chi dare credito. 

Le pecore che “conoscono la voce” del pastore e “non seguiranno un estraneo” esprimono il problema della discriminazione: distinguere tra parole che nutrono e parole che sfruttano; tra chi conduce alla vita e chi porta alla dispersione.

L’obiezione moderna  

Per un lettore contemporaneo resta la resistenza: come conciliare l’immagine del gregge con l’idea moderna di soggetto autonomo? La filosofia moderna, soprattutto a partire da Nietzsche, sospetta fortemente del linguaggio del “gregge”. L’“istinto di gregge” diventa sinonimo di conformismo, di morale che nasce non dalla forza creativa dell’individuo, ma dal bisogno di sicurezza della massa. 

La “morale da schiavi”, per usare una formula brutale, è quella che rinuncia alla propria capacità di valutare e si rifugia nel si fa, si pensa, si dice.

Nietzsche vede nel cristianesimo istituzionalizzato uno dei luoghi privilegiati di questa mentalità: una morale che premia l’obbedienza, la rinuncia alla volontà, la moderazione delle passioni. Da qui nasce l’ombra sospetta anche sulla metafora delle pecore: il timore che l’invito a “seguire” il pastore sia in realtà un invito a sospendere il giudizio, a smettere di rischiare in prima persona. È una critica seria, perché obbliga a chiedersi se e quando il linguaggio religioso sia stato utilizzato per “addomesticare” le coscienze invece che per liberarle.

Rammentiamo però che Nietzsche, quando parla di “morale da schiavi”, non ha di mira tanto un’eventuale esperienza viva della fede, quanto il cristianesimo istituzionalizzato, trasformato in apparato morale “organizzato” e disciplina delle coscienze. 

Più volte insinua che tra Gesù e il cristianesimo storico ci sia una frattura: “in realtà c’è stato un solo cristiano, ed è morto sulla croce”, scrive provocatoriamente, suggerendo che ciò che viene dopo è soprattutto costruzione religiosa, un’invenzione di teologi, non prosecuzione diretta dell’intenzione originaria. Quasi fosse una rielaborazione politicizzata, che fa leva su principi condivisibili per organizzare e dirigere le coscienze verso fini tutt’altro che cristiani.

In questa luce, l’ombra che egli getta sulla metafora del gregge non riguarda tanto la fede come ricerca personale di senso, quanto la religione come sistema che organizza il gregge, lo rassicura, lo tiene unito, ma spesso al prezzo di addomesticarne la libertà critica. Il rifiuto di una forma religiosa che chiede di “seguire” senza pensare, non necessariamente come rifiuto dell’idea di una fiducia ragionata in un pastore che non annulla ma suscita la responsabilità e la consapevolezza del singolo.

Kierkegaard e la folla: il gregge senza pastore  

Accanto a Nietzsche, un’altra voce cruciale è quella di Kierkegaard. Il pensatore danese non usa l’immagine delle pecore, ma attacca con decisione la “folla”, il “pubblico” anonimo. 

Per lui, la verità esistenziale è sempre “per il singolo”, non per la massa. 

La folla è il luogo in cui il singolo si dissolve, rinuncia a dire “io”, si nasconde dietro il “si pensa”, “si crede”. 

In questo senso, la folla è un gregge senza pastore: una massa che si muove per inerzia, orientata da opinioni diffuse, senza una responsabilità personale davanti alla verità.

Se si accosta questo sguardo alla metafora suddetta, emerge una tensione interessante. 

Da una parte, le pecore indicano un “essere insieme”, uno stare in un gregge. Dall’altra, ogni pecora è chiamata per nome. La domanda kierkegaardiana diventa allora: sei una “pecora pensante”, consapevole di chi stai seguendo, o ti nascondi nel movimento indistinto del gruppo? 

L’immagine del gregge, paradossalmente, può diventare uno specchio: non tanto per accusare chi segue, quanto per chiedere a ciascuno se stia usando il riferimento al pastore per evitare la fatica di decidere.

Psicologia del gregge: tra sicurezza e pericolo

La psicologia sociale ha dato carne empirica a queste intuizioni filosofiche. 

Gli esperimenti di Solomon Asch mostrano quanto l’essere in gruppo influenzi le nostre risposte: di fronte a una serie di linee di lunghezza diversa, molti partecipanti rinunciano a ciò che vedono con i propri occhi pur di non contraddire il giudizio unanime, ma palesemente errato, degli altri. 

L’influenza del “gregge” opera su due piani: da un lato si vuole essere accettati, non espulsi; dall’altro si suppone che se tutti vedono qualcosa, forse sono io a sbagliare.

Stanley Milgram, con gli studi sull’obbedienza, ha mostrato l’altro lato della medaglia: la potenza dell’autorità percepita. In presenza di una figura che appare legittima, dotata di competenza e potere, molti sono disposti a compiere azioni che percepiscono come nocive, purché possano dire a se stessi “sto solo eseguendo ordini”. 

Il punto critico non è l’esistenza di una guida, ma la qualità del legame con essa: c’è una forma di obbedienza che evita la responsabilità, e ce n’è un’altra in cui la guida è scelta consapevolmente perché la si riconosce sensata, affidabile, coerente.

Herd mentality: quando il gregge pensa al posto del singolo individuo

Nella psicologia sociale si parla spesso di herd mentality (mentalità del gregge), la tendenza a pensare e agire come il gruppo cui apparteniamo, rinunciando in parte al giudizio personale. È un vero e proprio tratto strutturale: in situazioni incerte guardiamo spontaneamente a ciò che fanno gli altri, come se il numero garantisse la verità o la sicurezza. A volte questo produce coordinamento e cooperazione; altre volte diventa un’abdicazione silenziosa, in cui il “noi” prende il posto dell’“io” senza che ce ne accorgiamo.

In questo quadro, il gregge è il nome di un rischio continuo: lasciare che siano la maggioranza, l’aria del tempo, il clima emotivo del gruppo o della propria cultura o sfera sociale a decidere per noi che cosa è accettabile, desiderabile, “normale” e cosa invece va evitato. Il bisogno di appartenenza e la paura dell’esclusione spingono a uniformarsi, anche quando qualcosa, dentro, protesta. È la versione laica dell’“istinto di gregge” di cui diffidava Nietzsche: non solo nelle istituzioni religiose, ma in qualsiasi contesto in cui il consenso conta più della verità personale.

Orwell: quando il gregge applaude ai cattivi pastori

George Orwell, nel suo celebre “La fattoria degli animali”, racconta proprio questo: un gregge che nasce dalla rivolta contro il padrone e paradossalmente finisce per applaudire nuovi padroni che gli somigliano sempre di più. 

Gli animali si sollevano per liberarsi dallo sfruttamento, ma lentamente consegnano il potere ai maiali, che si proclamano più adatti a governare, riscrivendo le regole, giustificano ogni privilegio in nome del bene comune e si ergono progressivamente a nuovi padroni.

Il punto decisivo non è la cattiveria dei maiali, ma la passività del gregge: pecore che ripetono slogan, cavalli che lavorano “un po’ di più”, asini che vedono ma non intervengono. È la versione politica dei “cattivi pastori”: guide che usano il linguaggio della cura per consolidare il proprio potere, e un popolo che, per stanchezza o paura, rinuncia a verificare se le parole corrispondono ancora ai fatti. In questo senso, Orwell mette in scena il lato oscuro della metafora: un gregge senza vera attenzione, che non alza più la testa dal lavoro quotidiano per chiedersi chi sta beneficiando davvero del proprio sacrificio.

Un gregge che non si accorge di aver perduto, di nuovo, la libertà conquistata con tanta fatica.

Brucare come atto di attenzione  

Torniamo alla scena iniziale: le pecore che continuano a brucare, quasi indifferenti ai richiami esterni. La loro non è una distrazione, ma una attenzione monodirezionale: sono concentrate sul nutrimento. Solo un suono che segnali pericolo reale o la voce familiare del pastore le sposterà da quell’attività primaria. 

Se traduciamo in termini antropologici questa immagine, possiamo leggere il “brucare” come la capacità di lasciarsi nutrire da ciò che si ritiene essenziale, senza vivere in costante stato di allarme verso ogni rumore.

Nel linguaggio antico, le pecore che ascoltano la voce del pastore sono quelle che si alimentano delle sue parole. Il buon pastore non viene per distrarle dal nutrimento, ma per condurle verso pascoli migliori, lontano da luoghi di morte o di scarsità. 

L’immagine potrebbe allora rovesciarsi: non è la pecora che chiude gli occhi sul mondo, ma l’umano che decide quali parole, quali testi, quali relazioni costituiranno il suo “pascolo” quotidiano. 

L’attenzione diventa qui il luogo dove si gioca la differenza tra obbedienza cieca e ascolto critico. Così come la pecora distingue tra un rumore qualsiasi e il segnale del pericolo, l’individuo è chiamato a discernere tra voci che chiedono obbedienza e voci che propongono senso.

Libertà, fiducia, responsabilità  

La metafora del buon pastore non può essere compresa se la si separa dalla triade libertà, fiducia, responsabilità. 

Non si tratta di scegliere tra autonomia totale e sottomissione totale, ma di interrogare il modo in cui la libertà si esprime anche nella scelta di affidarsi. 

Ogni essere umano, infatti, è costretto a fidarsi: si fida di medici, insegnanti, dati scientifici, testi autorevoli, persone amate. 

La questione non è se fidarsi, ma di chi e perché.

In questo senso, la “pecora pensante” non rinuncia alla propria facoltà critica; la esercita nella selezione dei pastori. Non accetta qualunque voce che pretenda obbedienza, ma valuta coerenza, competenza, bene effettivo che deriva dal seguirla. E sa, soprattutto, che nessun pastore umano è al riparo dall’errore o dall’abuso.

Quando il testo antico denuncia i cattivi pastori, obbliga a tenere viva questa consapevolezza: la fiducia è necessaria, ma non deve mai diventare idolatria della guida.

Un’altra lettura  

Alla luce di tutto questo, l’impressione iniziale di “denigrazione” si può almeno problematizzare. Definire i discepoli “pecore” non equivale, nel contesto originario, a insultarne l’intelligenza. Significa riconoscere la condizione di fragilità, la dipendenza dalle condizioni esterne, il bisogno di nutrimento, la vulnerabilità a guide cattive o a pericoli che superano le capacità del singolo. 

Il problema non è che gli esseri umani “sono come pecore”; il problema è fingere di non esserlo, rifiutando di vedere la propria esposizione a influenze di cui spesso non si è consapevoli.

Paradossalmente, è proprio quando ci crediamo completamente “autonomi” che diventiamo più manipolabili: perché non riconosciamo più in che misura i nostri giudizi risentono del gruppo, dei media, delle autorità tacitamente riconosciute. In questo senso, la metafora può essere letta come invito a un realismo psicologico: assumere che siamo creature impressionabili, bisognose, influenzabili, ma capaci, proprio nella consapevolezza di questa condizione, di scegliere con maggiore lucidità a quali voci prestare ascolto.

Un’immagine per chi legge oggi  

Che cosa può farne di questa riflessione, oggi, un lettore? Può trattare il buon pastore come un simbolo di tutte le figure, idee, valori, persone, alle quali affida il proprio orientamento fondamentale. 

Ognuno, volente o nolente, segue qualcuno o qualcosa: un ideale di successo, una tradizione familiare, un progetto politico, un insieme di principi etici. 

La domanda diventa: ciò che sto seguendo ha davvero a cuore la mia vita, o sta soltanto usando la mia energia per un fine che non è il mio?

Allo stesso tempo, ciascuno è in qualche misura pastore per altri: per figli, colleghi, studenti, persone che guardano a lui per orientarsi. Rileggere la metafora significa anche interrogarsi su come si esercita questa responsabilità. Si è pastori che nutrono, proteggono, danno spazio alla crescita autonoma, oppure pastori che controllano, infantilizzano, mantengono il gregge in stato di dipendenza? 

La forza della metafora è che non consente una risposta astratta: costringe a guardare alla trama concreta delle relazioni, agli effetti reali delle parole e dei gesti.

Una pecora che alza la testa  

Immaginare il discepolo, o il lettore, come una pecora che bruca non significa chiedergli di smettere di pensare. Significa, piuttosto, invitarlo a interrogare due movimenti quotidiani: da una parte, ciò che lo nutre, dove posa stabilmente la sua attenzione; dall’altra, le voci che suscitano in lui allarme, fiducia, obbedienza. 

Forse il punto non è scegliere tra l’essere pecora o l’essere individuo, ma imparare a essere una pecora che ogni tanto alza la testa, non per inseguire ogni rumore, ma per verificare se il pascolo in cui si trova corrisponde davvero al nutrimento che desidera.

In questo spazio intermedio, tra brucare e alzare lo sguardo, tra fidarsi e verificare, tra seguire e decidere, si gioca la possibilità di una fede pensata o, più in generale, di una vita in cui il bisogno di guida non annulla la responsabilità personale. 

Non è poco, per una metafora che a prima vista sembra solo un insulto alla nostra intelligenza. Alla fine, il problema non è mai stato brucare, è non sapere più da quale fonte ci si sta nutrendo.