Un’indagine su dove sia collocata davvero la coscienza e perché cercarla dentro di noi potrebbe essere il posto sbagliato
Secoli di risposte, e il problema resta intatto.
Questo perché continuiamo a cercare la coscienza nel posto sbagliato, con il metodo sbagliato, con la convinzione silenziosa e mai esaminata che essa sia un oggetto.
Qualcosa da trovare, isolare, misurare.
Come un organo.
Una coordinata.
Una regione del cervello da colorare di rosso su uno schermo.
I neuroscienziati la localizzano spesso nella corteccia prefrontale.
I teologi, nell’anima.
I filosofi indicano l’integrazione dell’informazione.
Ogni risposta aggiunge dettagli.
Nessuna di esse però sembra centrare il punto.
Il problema non è anatomico.
È di metodo.
La coscienza non si trova.
Si incontra.
Pensa al linguaggio.
Non sta dentro di te.
Non sta dentro chi ti ascolta.
Esiste nello spazio tra voi, nel momento esatto in cui due persone si incontrano e qualcosa passa, si trasmette.
Togli uno dei due interlocutori, e il linguaggio quasi sparisce.
Perché il linguaggio, senza relazione, perde la sua funzione viva e originaria.
La coscienza forse funziona proprio così, per questo non si localizza nel singolo individuo.
Non è un contenuto che hai in testa come ogni altro tassello fisico umano.
È qualcosa di più.
Forse perché è dotata di una componente più spirituale che fisica.
È qualcosa che si accende nel contatto, nell’attrito, nello scambio.
Ha bisogno di un altro da cui rimbalzare per diventare reale.
Per esistere nel mondo.
I bambini senza relazione non sviluppano il linguaggio,
non necessariamente per un deficit neurologico, ma semplicemente il linguaggio non nasce in isolamento.
Noi esseri umani non siamo isole, non siamo destinati a stare da soli.
Non quantomeno se vogliamo svilupparci anche in questo aspetto, che non è solo relazionale ma con questa lettura diventa metodo di sviluppo della coscienza, altrimenti sopita o “morta”.
Quasi come un talento che se non messo in campo, nessuno sa che lo si abbia, ed equivale a non esistere.
E la coscienza, forse, ha la stessa struttura:
non si accende da sola.
Questo ci fa ricollegare a qualcosa di forse ancor più spirituale ed elevato.
Il Dio della Bibbia. Che si creda o no, se si osserva con attenzione, si nota che ogni volta che Dio entra nella storia lo fa attraverso qualcuno: un corpo, una voce, un elemento.
Dio, come la coscienza, non agisce mai in astratto.
È sempre necessario il tramite di qualcuno.
Non è un dettaglio teologico trascurabile.
È la stessa grammatica della coscienza:
non si lascia localizzare, ma diventa reale quando passa per una persona.
Il pensiero che arriva
Prova ad osservare il prossimo pensiero che ti passa per la mente.
Non costruirlo.
Tanto arriva da solo.
Non hai deciso il tema, né le parole, né il momento.
È apparso. E un istante dopo, solo un istante, lo hai già rivendicato come tuo.
Lo hai firmato.
Ci hai costruito sopra un’identità intera.
Ma prova a fare una cosa più difficile:
prova a non avere il prossimo pensiero.
Non sopprimerlo.
Proprio non averlo.
Non puoi.
Puoi scegliere a cosa prestare attenzione dopo che è arrivato, ma l’arrivo non lo controlli.
È come se fosse una porta sempre aperta.
Durante il sonno quella porta si spalanca, è ancora più forte, pericolosa: e in quel contesto le regole della logica ordinaria si allentano.
Eppure continuiamo a dire “ho pensato che…” come se fossimo stati noi a costruirlo dal nulla.
Come se fossimo la fonte, e non il luogo in cui la fonte sgorga.
Non l’antenna che ha ricevuto quella frequenza esterna di una musica già esistente prima di noi.
Questo è il punto che cambia tutto.
Noi non generiamo i pensieri, come crediamo.
Siamo il luogo in cui accadono.
Quello che chiamiamo “io” è qualcosa di più preciso e più sottile: è la risposta al pensiero, non il pensiero stesso.
L’“io” è quindi il filtro specifico e irripetibile attraverso cui quel contenuto passa e viene rimandato nel mondo con una forma che prima non aveva.
Se sei l’autore dei tuoi pensieri, allora la coscienza è tua, privata, circoscritta nel perimetro del cranio. E sarebbe localizzabile e individuabile come ogni altro organo.
Ma non è così semplice.
Se sei il luogo in cui i pensieri accadono, allora la coscienza è qualcosa che ti attraversa, che viene da più lontano, che non ti appartiene nel senso in cui appartiene un oggetto.
E se non ti appartiene, la domanda cambia forma, evolve.
Non più: dove sta la coscienza?
Ma: da dove viene la coscienza?
Il campo che ci precede
Jung ha scavato sotto la psiche individuale fino a trovare uno strato che non apparteneva a nessun individuo: strutture, immagini, narrazioni identiche in culture che non si erano mai parlate, che non avevano mai condiviso una rotta commerciale, né una parola.
Teilhard de Chardin lo aveva immaginato come una membrana pensante che avvolge la terra intera, uno strato evolutivo della mente collettiva che cresce sopra la biosfera.
Il linguaggio stesso lo dimostra ogni volta che apri bocca.
Parli una lingua che non hai inventato.
Usi metafore che non hai costruito.
Pensi con categorie e “costruzioni” che esistevano prima di te e sopravviveranno dopo.
La coscienza collettiva non è la somma delle coscienze individuali.
Forse le precede.
Le rende possibili.
Newton e Leibniz scoprono il calcolo nello stesso momento senza saperlo l’uno dell’altro.
Non è una curiosità storica.
È la struttura del campo che si manifesta: quando un’idea è matura, trova una strada.
Se una si chiude, ne trova un’altra.
L’evoluzione non aspetta.
Ogni persona intercetta una porzione di questo campo, quella che la sua storia, le sue capacità, la sua sensibilità lo rendono capace di ricevere.
Non tutta, mai tutta.
Solo la porzione relativa alla sua coscienza individuale.
Quella parte che la sua antenna, il suo cervello, riesce a sintonizzare, a ricevere e riprodurre.
E la traduce in modo che non si ripeterà mai:
con la sua voce, il suo tempo, la sua forma unica e irripetibile.
Prova a ricordare l’ultima volta che hai capito davvero qualcosa.
Non letto.
Non sentito dire.
Capito. Quasi certamente c’era un’altra persona. Un’obiezione. Una domanda che ti ha spiazzato.
Il pensiero non era già dentro di te in forma compiuta: si è formato nell’urto, nello scambio.
Questo non è romanticismo sulla connessione umana.
È la struttura meccanica del funzionamento della comprensione.
Il chiarirsi i concetti nella propria mente.
In quest’ottica, la persona più vicina a Dio, ad una buona coscienza, non è quella che sa solo dove cercare. È quella che sa come farlo.
Non abbiamo trovato la coscienza non perché sia nascosta bene.
Non basta scavare abbastanza in profondità nel cervello o nell’anima per trovare il punto esatto in cui si accende la luce.
Perché la luce non sta in un punto: sta nel contatto.
È la scintilla che nasce tra lo scontro di pietre focaie.
Nell’attrito tra coscienze individuali che si forgiano e compongono poi una miglior (o peggiore) coscienza collettiva.
E Dio, nella stessa misura, non è un oggetto da localizzare.
È una relazione da abitare, da vivere.
Da trasmettere.
Da essere.
Ogni tradizione mistica seria, al netto dei dogmi e delle sovrastrutture, arriva allo stesso posto: non trovi Dio cercando Dio come si cerca qualcosa di perso. Lo incontri quando smetti di stare al centro di te stesso e inizi a essere proiettato verso qualcosa di più grande.
La persona cosciente, davvero cosciente, è quella che ha capito questa cosa.
E vive secondo essa.
Non si è convinta di essere la fonte.
Sa di essere il luogo dove la magia può avvenire o spegnersi.
Sa che i pensieri arrivano, che la comprensione emerge dal contatto, che la creatività non è invenzione, ma ricezione attenta di qualcosa che esisteva già in forma latente e stava cercando una voce.
Quella stessa disposizione, essere disponibili a essere “coscienze attive” invece di rivendicare tutto come proprio, è la disposizione che le tradizioni religiose hanno sempre chiamato umiltà, apertura, grazia. E l’umiltà precede la gloria.
È la condizione tecnica per ricevere qualcosa che semplicemente non puoi produrre da solo.
Come in natura, da soli, nonostante gli sforzi, non si può far nascere un bambino.
Essere connessi non basta.
I social network lo mostrano benissimo nel verso opposto: non migliorano il pensiero, lo amplificano. Rumore compreso.
Conta come ti sintonizzi.
Conta se stai cercando conferme o stai cercando verità.
Conta se stai aggiungendo qualcosa al campo o stai solo rispecchiando, replicando quello che c’è già. Se sei un megafono di una radio altrui non stai davvero aggiungendo valore a quella coscienza. Stai riposando, pigramente, sul lavoro di crescita altrui.
Insostituibile, non importante
Ogni persona è l’unico punto in cui quel campo universale (quella coscienza collettiva) prende quella forma, quella voce, quella curvatura specifica (divenendo coscienza individuale). Non sei meno importante perché sei parte di qualcosa di più grande. Sei insostituibile proprio perché sei l’unico luogo in cui quella frequenza esiste così, con quella combinazione di elementi, di storia, ferite, gioie e sensibilità che non si ripeterà mai con quella combinazione.
Così come il fiume non è mai lo stesso di ieri.
E non entri mai nella stessa acqua due volte, anche se così potrebbe apparire.
Ma questa unicità non è automatica.
Non è garantita dal solo fatto di esistere.
Se ignori quel segnale, se rimandi, se lo silenzi, se fai vincere la paura, il campo non aspetta e non si lamenta. Trova un’altra strada.
Dunque la tua fede ti salva o ti rovina.
Dipende da te.
Perché la stessa idea che non accetti, affiorerà altrove, attraverso un’altra persona, in un altro angolo del mondo.
La tua unicità non è un dato di fatto permanente.
È un’opportunità che si apre e si chiude.
La domanda è: sono abbastanza attento da ricevere quello che scorre?
Sono abbastanza in silenzio da sentirlo?
E sono abbastanza onesto e umile da non rivendicarlo come mio quando arriva?
Dunque, la coscienza non si può localizzare in un dove, ma in un come.
E chi impara questo invece di cercare di possedere, chi smette di rivendicare e inizia ad ascoltare, scopre qualcosa che nessun laboratorio ha mai misurato e nessun dogma ha mai contenuto davvero.
Scopre che la coscienza e Dio non sono due elementi separati che l’umanità ha inseguito in parallelo per secoli.
Sono la stessa incognita, formulata in lingue diverse.
Entrambi sfuggono a chi li cerca come oggetti.
Entrambi si rivelano solo a chi smette di cercare in solitudine e inizia a ricevere e condividere.
Forse per questo quando due o tre si riuniscono, lì c’è Dio.
Lì c’è la coscienza.
È così che entrambi diventano reali.
La mistica lo ha sempre saputo.
La filosofia ci gira intorno da tremila anni senza riuscire a dirlo fino in fondo.
Allora la novità forse è questa: non abbiamo trovato la coscienza non perché sia nascosta, ma perché chiunque l’abbia davvero incontrata ha smesso di parlare di dove fosse collocata.
Ha iniziato a parlare di come viveva.
Di come trattava le persone.
Di cosa faceva con il tempo che aveva.
Di quanto era disposto a essere cambiato da ciò che riceveva e trasmetteva.
La persona più cosciente che conosci non è quella che ha letto di più sull’argomento.
È quella che ti lascia diverso, migliore, dopo ogni conversazione.
Quella che sembra ricevere qualcosa che tu non riesci a vedere, e restituirlo trasformato.
Quella che non rivendica nulla come suo (dando il merito all’ispirazione, alla fortuna o a Dio), eppure produce qualcosa che non esisteva prima.
Quella persona non ha trovato la coscienza.
È diventata un luogo in cui la coscienza accade, risiede, si manifesta.
E questo è esattamente la stessa cosa che le tradizioni hanno sempre detto di Dio.
Non un’entità da localizzare.
Una presenza che accade attraverso chi è pronto ad agire.
Diventare coscienti è diventare divini.
La coscienza è Dio.

