Quando imparammo a somigliare

Un giorno l’uomo 

non si limitò a vestirsi;

si indossò,

calzando l’immagine che lo rassicurava.

Mascherato, recitava un copione,

senza darvi troppo peso.

Nel lavoro, serietà,  

nel campo di gioco, competizione, 

nel tempio del tempo, 

un culto di connessioni luminose,

ma che non illuminavano davvero.

Da allora, non viviamo più la vita,  

ma le sue simulazioni.  

Le case, i volti, le gioie,  

tutto vibra,

in finzioni senza fine.

In un film che ricomincia 

narrando la medesima storia,

dove l’attore ha dimenticato di essere uomo,

vivendo la solita fine.

Eppure, da qualche parte,  

un uomo della terra si avvicina al suolo,  

ignaro dei riflessi e delle reti

che per gli altri tessono gabbie indecifrabili, senza fili.

Apparentemente ha poco, 

ma sente;  

vive il tramonto senza fotografarlo;  

non conosce l’algoritmo, 

abita le stagioni del respiro.

Vive ciò che la società meccanica tenta di simulare.  

Fa meno rumore, 

non accetta simulacri,

né vive di simulazioni.

È più vicino all’Origine.  

Noi forse abbiamo di più,  

ma davvero viviamo di più?