Il Manifesto dell’Allegria: l’obbligo sacro per l’essere umano che sceglie la luce

Illustrazione in bianco e nero di una figura che apre un sipario oscuro rivelando un cielo stellato e figure umane che camminano verso la luce, simbolo dell'allegria come apertura all'esistenza.

La più breve legge del mondo

Esiste un versetto nella Prima Lettera ai Tessalonicesi che è, a tutti gli effetti, il più corto dell’intero Nuovo Testamento greco. Due parole soltanto: Πάντοτε χαίρετε, Pàntote chaìrete, «Rallegratevi sempre». Solo e soltanto due parole che contengono un intero programma di vita. 

La forma grammaticale è un imperativo presente, seconda persona plurale: non si tratta di un invito passeggero, di un augurio cortese come il nostro “stai bene”. 

È un ordine continuativo, abituale, strutturale. 

Paolo sta dicendo: fatene una postura permanente, un modo di stare al mondo. 

E lo dice a una comunità che subiva persecuzioni, che viveva nell’incertezza, che aveva ogni ragione terrena per lamentarsi. Subito dopo aggiunge «pregate senza interruzione» e «rendete grazie in ogni circostanza», e chiude con una frase che dovrebbe toglierci ogni dubbio: «perché questa è la volontà di Dio per voi in Cristo Gesù». L’allegria, dunque, non è un optional caratteriale. È volontà divina. È una responsabilità.

Il verbo che cambiò significato: χαίρω

Per capire la profondità di questo comando occorre scavare nella parola greca χαίρω (chaìrō). 

Nel greco classico, l’infinito chaìrein era un saluto convenzionale nelle lettere, l’equivalente del nostro “caro amico, ti auguro di star bene”. Ma nel Nuovo Testamento questa formula acquista una densità completamente diversa. Il verbo indica uno stato dell’essere radicato nella relazione con qualcosa di più grande di noi stessi. Nel libro dei Filippesi il testo greco recita: Χαίρετε ἐν κυρίῳ πάντοτε· πάλιν ἐρῶ, χαίρετε, ovvero: «Siate-in-stato-di-gioia dentro il Signore, in-ogni-momento; di-nuovo dirò: siate-in-stato-di-gioia». 

L’aspetto verbale del presente imperativo non lascia margini: Paolo non sta chiedendo un singolo picco emotivo, una fiammata di entusiasmo. 

Sta prescrivendo, come farebbe un medico di cui Ippocrate andrebbe fiero, una disposizione comunitaria sostenuta, un atteggiamento che deve durare nel tempo come un fuoco che si alimenta da solo.

E qui emerge una sfumatura che le traduzioni ufficiali spesso appiattiscono. La parola chaìrō condivide la radice con χάρις (chàris), che traduciamo abitualmente con “grazia”. L’epistola ai Filippesi usa cinque diverse parole greche tradotte tutte con “gioia” o “rallegrarsi”, e tre di queste derivano proprio da chàris

Questo significa qualcosa di straordinario: la gioia e la grazia, nel greco neotestamentario, sono la stessa sostanza. Si potrebbe rileggere Efesini «per grazia siete stati salvati», come «per gioia siete stati salvati». 

Il che porta a una rivelazione sull’architettura stessa della salvezza. Dio non ci ha salvati per obbligo, ma perché gli ha dato gioia farlo. E noi, a nostra volta, accediamo a quella gioia attraverso il suo favore.

Quando la gioia è un germoglio

Se dal greco risaliamo all’ebraico, la scoperta è altrettanto potente. La parola più ricorrente per “gioia” nella Bibbia ebraica è שִׂמְחָה (simchàh), che compare 94 volte come sostantivo, mentre il verbo שָׂמַח (samàch) ricorre 154 volte. L’etimologia è affascinante: la radice semitica è imparentata con l’accadico shamahu, che significa «germogliare, fiorire». 

La gioia biblica, dunque, nella sua radice più antica non è un sentimento statico: è un movimento di crescita, qualcosa che spunta dalla terra, che sale verso l’alto, che si espande. È la stessa radice del verbo tzamàch (צמח), “germogliare”, lo stesso verbo usato per il germoglio di Gesù in Isaia e Zaccaria. La gioia, nella mente semitica, è qualcosa di vivo, vegetale, inarrestabile, come un seme che spacca la terra.

Nel libro dei Proverbi, tra le altre cose, il testo cita: «La luce dei giusti yismàch» e la maggior parte delle traduzioni rende con “si rallegra”. Ma come può una luce rallegrarsi? Ibn Janach e il Meiri spiegano che qui yismàch significa «crescerà, aumenterà». La luce dei giusti non si limita a essere contenta: si espande, si moltiplica, invade lo spazio circostante. Ecco l’immagine perfetta di ciò che accade quando un essere umano decide di portare allegria: la sua luce non resta ferma, germoglia e fiorisce intorno a sé.

E poi c’è il verso, sempre in Proverbi, che da millenni la medicina cita senza sapere quanto sia profondo: «Un cuore allegro è buona medicina, ma uno spirito abbattuto dissecca le ossa». L’ebraico originale dice לֵב שָׂמֵחַ יֵיטִב גֵּהָה (lev saméach yetìv gehàh) scopre un altro livello di significato che suonerebbe più o meno così: «un cuore-che-germoglia-di-gioia rende-buona la-guarigione». Non si tratta di un semplice buonumore, invece di un malumore, il cuore allegro attiva un processo di guarigione. È farmaco attivo, non placebo, che produce benessere fisico e mentale.

Il comando dalla prigione

C’è un dettaglio che rende il messaggio di Paolo non solo teologicamente profondo ma umanamente credibile in modo quasi insopportabile. 

Quando egli scrive ai Filippesi, non è adagiato in uno studio con un bicchiere di vino. È in una prigione romana, in attesa di una possibile condanna a morte per decapitazione. 

Le sue catene tintinnavano mentre dettava le parole. Eppure la Lettera ai Filippesi è stata chiamata “l’epistola della gioia”: la parola “gioia” o “rallegrarsi” compare sedici volte in soli quattro capitoli.

Bisognerebbe fermarsi un istante e riflettere.

Parliamo della famosa distretta nella quale si trova un figlio di Dio. Uno stato di prigionia e la consapevolezza di poter essere quello, l’ultimo giorno di vita su questa terra.

Noi per quanto possa essere difficile una giornata, o una condizione che si viene a creare nella nostra vita o un tempo che ci appare tiranno, difficilmente ci siamo trovati in una simile condizione.

Eppure, quel testo è colmo di “gioia” e “allegria.”

Riflettiamoci su. 

Paolo non dice “rallegratevi” da una posizione di comfort: lo dice dal fondo di un’oscurità concreta, con il collo esposto alla spada. E proprio questa è la sua forza: forse allora l’allegria di cui qui si parla non dipende dalle circostanze. È un atto di fede obbediente, come precisa anche il testo di Romani, (Poiché infatti il regno di Dio non è mangiare e bere, ma giustizia e pace e gioia in Spirito Santo), sostenuta dallo Spirito e intrecciata con la preghiera e la gratitudine.

Già intrecciata.

Anche in un altro contesto, sempre in Romani, segue lo stesso schema tripartito: «Rallegratevi nella speranza, siate pazienti nella tribolazione, siate costanti nella preghiera». Il termine greco per “siate pazienti” (hypoménontes) porta in sé l’idea di «restare al proprio posto invece di fuggire, perseverare, rimanere saldi». L’allegria biblica non è fuga dalla realtà: è il coraggio di restare nel fuoco e scegliere comunque la luce.

Amare il prossimo portandogli gioia

Qui propongo un’interpretazione che si discosta dalle letture convenzionali ma che è radicata nei testi originali.

Il grande comandamento «Ama il tuo prossimo come te stesso» (già espresso in Levitico) viene quasi sempre declinato in termini di sacrificio, rinuncia, servizio. 

E giustamente. 

Ma c’è una dimensione che viene sistematicamente trascurata: amare il prossimo significa anche portargli gioia. 

Se la simchàh è un germoglio che fiorisce e si espande, allora chi sceglie la gioia non la tiene per sé, la irradia. Diventa, nei fatti e al non solo nelle parole, un agente di guarigione per chi gli sta intorno, esattamente come dice il libro dei Proverbi «Cuore gioioso fa-bene alla guarigione,  

e spirito ferito fa-seccare l’osso.»

E c’è un passaggio ancora più radicale. In Deuteronomio il testo ebraico dice: וְהָיִיתָ אַךְ שָׂמֵחַ (vehayìta ach saméach) «e sarai solamente gioioso». Quella particella אַךְ (ach) “solamente”, “nient’altro che” è quasi brutale nella sua esclusività. 

Non dice “cerca di essere gioioso quando puoi”. 

Dice: non sarai altro che gioioso. 

È una profezia travestita da comando, o un comando travestito da profezia. 

In ogni caso, pone la gioia non come opzione ma come destinazione obbligata dell’essere umano che vive in relazione con il divino e con il prossimo.

I filosofi e il dovere della gioia

La filosofia occidentale ha esplorato questo territorio con una profondità che rispecchia e amplifica il messaggio biblico.

Baruch Spinoza costruisce nell’Etica un sistema in cui la gioia (laetitia) è definita come «il passaggio da una perfezione minore a una maggiore». 

Dunque un incremento ontologico dell’essere. 

La tristezza è il contrario: è diminuzione, restringimento, morte lenta. 

Ogni essere, secondo Spinoza, possiede un conatus, uno sforzo di perseverare nella propria esistenza, e quando questo sforzo ha successo, produce gioia; quando è ostacolato, produce tristezza. 

La gioia, dunque, non è un lusso: è il segnale che stiamo vivendo nella direzione giusta, che siamo ben allineati, che stiamo fiorendo (e torna qui, sorprendentemente, la stessa metafora del germoglio ebraico). 

Diversamente, chi porta tristezza al prossimo, nella logica spinoziana, sta letteralmente diminuendo la sua potenza di esistere. 

Chi porta gioia la sta aumentando. 

È, dunque, un atto metafisico prima ancora che morale.

Friedrich Nietzsche compie un gesto filosofico ancora più audace. Contro il suo maestro Schopenhauer, che vedeva nella compassione (Mitleid, “soffrire-con”) il fondamento della morale, Nietzsche propone la Mitfreude, ovvero il “gioire-con”, come base più alta e più sana delle relazioni umane. In Umano, troppo umano, Nietzsche racconta come fu colpito dall’idea schopenhaueriana che l’essere umano non sarebbe costituito per condividere la gioia altrui, e che l’unica vera porta verso l’altro sarebbe la sofferenza condivisa. 

Nietzsche rifiuta questa visione con tutto se stesso. 

La compassione, argomenta, può diventare condiscendente, può posizionare l’altro come inferiore. 

La Mitfreude, invece, è affermativa, elevante, orizzontale. Dice: «Amico, non il soffrire insieme, ma il gioire insieme fa l’amico» (Menschliches, Allzumenschliches). 

Una morale fondata sulla sofferenza ci impedisce di vedere significato nei nostri progetti finiti; una morale fondata sulla gioia condivisa ci restituisce la capacità di diventare ciò che siamo.

Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo stoico, scrive nei Pensieri: «Vivi tutta la tua vita libero da ogni costrizione e con la massima gioia nel cuore» (VII, 68). 

La massima gioia! 

E non era un uomo che parlava dal privilegio: governava un impero in guerra, affrontava pestilenze, tradimenti, lutti familiari. 

La Historia Augusta lo descrive come un uomo di portamento serio e dignitoso, ma «senza cupezza», noto per la sua natura piacevole e affabile. 

Gli Stoici insegnano che la gioia (chara) è ciò che resta quando si eliminano le prigioni mentali della rabbia, del risentimento, della gelosia, della vergogna, della disperazione. 

Non è qualcosa che si aggiunge: è ciò che emerge quando si toglie l’inutile o, per rimanere decorosi, il superfluo. 

La virtù, per lo Stoico, produce gioia come effetto naturale, così come la salute produce energia.

Seneca, nel De Vita Beata, chiarisce la distinzione tra piacere e virtù con una formula davvero memorabile: la virtù produce piacere, ma il piacere non produce virtù. 

Chi si arrende al piacere perde entrambi, «sono tormentati dalla sua assenza o annegano nella sua abbondanza». 

La vera felicità, per Seneca, è la vita conforme alla ragione e alla natura, che genera una serenità profonda (securitas) inaccessibile alle tempeste esterne.

Viktor Frankl: la gioia come risposta alla sofferenza

Il caso più estremo e più convincente viene dal XX secolo. Viktor Frankl, psichiatra viennese sopravvissuto ai campi di concentramento di Auschwitz e Dachau, osservò in quei luoghi di dolore un fenomeno che contraddice ogni logica superficiale: coloro che riuscivano a trovare un significato nella loro sofferenza avevano maggiori probabilità di sopravvivere, sia fisicamente che psicologicamente. 

Da questa osservazione nacque la logoterapia, dal greco lògos, “significato” — una psicoterapia centrata non sul piacere (come Freud) né sul potere (come Adler), ma sul senso.

L’idea che il logos non sia un concetto astratto ma una forza viva che modella l’esistenza ritorna in molte tradizioni e diventa il cuore di un lavoro sulla parola e sul pensiero che crea realtà, come mostrato in Il Logos non è una metafora: Genesi, Jung e il potere di creare la realtà con la mente.

La formula di Frankl è essenziale: Disperazione = Sofferenza − Significato. 

Se la sofferenza ha un significato, non produce disperazione. 

E qui emerge un collegamento diretto con il tema della gioia come responsabilità: chi trova significato nella propria vita, anche nel dolore, è in grado non solo di non disperare, ma di irradiare forza e speranza intorno a sé. Frankl amava citare Nietzsche: «Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come». E il suo messaggio finale non è né ottimismo ingenuo né rassegnazione cinica, ma ciò che chiamava «ottimismo tragico», ovvero la capacità di dire sì alla vita nonostante tutto, e di trasformare la sofferenza in crescita, la colpa in cambiamento, la morte in stimolo all’azione responsabile.

La gioia come dono al mondo

Nel 2015, due Premi Nobel per la Pace, il Dalai Lama e l’Arcivescovo Desmond Tutu, si incontrarono a Dharamsala per una settimana di conversazioni raccolte poi ne Il Libro della Gioia. 

Il messaggio centrale del libro è una frase che sembra scritta apposta per il nostro tema: «Per avere gioia tu stesso, devi portare gioia agli altri». 

Tutu e il Dalai Lama identificano otto pilastri della gioia: prospettiva, umiltà, umorismo, accettazione, perdono, gratitudine, compassione e generosità.

Ma il passaggio forse più toccante è la risposta alla domanda: «Come possiamo permetterci di essere gioiosi quando c’è tanta sofferenza nel mondo?» La risposta di Tutu argomentò: «Scoprire la gioia non ci salva dall’inevitabilità delle difficoltà e del dolore. Anzi, forse piangeremo più facilmente, ma rideremo più facilmente anche. Forse siamo semplicemente più vivi. Eppure, man mano che scopriamo più gioia, possiamo affrontare la sofferenza in un modo che nobilita invece di inasprire. Abbiamo difficoltà senza diventare duri. Abbiamo il cuore spezzato senza essere spezzati».

L’allegria come medicina e strategia di sopravvivenza

La scienza moderna ha verificato con rigore ciò che i testi antichi affermavano per intuizione sapienziale.

La Broaden-and-Build Theory di Barbara Fredrickson, una delle teorie più influenti della psicologia positiva, dimostra che le emozioni positive, gioia, interesse, contentezza, amore, allargano il repertorio di pensiero e azione dell’individuo. 

La gioia stimola l’impulso a giocare, l’interesse stimola l’impulso a esplorare, la contentezza stimola l’impulso a integrare. E queste espansioni momentanee costruiscono risorse psicologiche durature: resilienza, creatività, capacità relazionali. Si innesca una spirale ascendente: le emozioni positive generano un pensiero più ampio, il pensiero più ampio genera migliori strategie di coping (ovvero i modi con cui una persona cerca di far fronte a situazioni vissute come stressanti o minacciose, sul piano dei pensieri, delle emozioni e dei comportamenti), le migliori strategie generano nuove emozioni positive. 

Chi rimane prigioniero della preoccupazione, al contrario, attiva una spirale discendente che restringe progressivamente il campo mentale fino alla paralisi.

Uno studio di Harvard su oltre 159.000 donne ha dimostrato che le donne più ottimiste vivono in media il 5,4% più a lungo (circa 4,4 anni in più) e hanno il 10% di probabilità in più di superare i 90 anni, indipendentemente dal gruppo etnico di appartenenza.

Sul piano fisiologico, la risata genuina riduce il cortisolo (l’ormone dello stress), stimola il rilascio di endorfine, migliora la funzione endoteliale dei vasi sanguigni, abbassa la pressione arteriosa, potenzia il sistema immunitario aumentando le cellule e gli anticorpi che combattono le infezioni. 

In pratica, ogni risata è una dose di medicina che protegge il cuore, rafforza le difese e riduce l’infiammazione sistemica. Proverbi «Un cuore gioioso rende buona la guarigione, ma uno spirito ferito secca l’osso.» non era una metafora: era una diagnosi clinica anticipata di tremila anni.

Il peso che portiamo agli altri: perché la preoccupazione non risolve nulla

C’è un aspetto che raramente viene affrontato con onestà intellettuale.

Chi sceglie di restare immerso nella preoccupazione non danneggia solo se stesso. Diventa, di fatto, un peso per chi gli sta intorno. La preoccupazione è contagiosa quanto la gioia, ma nella direzione opposta. 

Le neuroscienze hanno dimostrato l’esistenza dei neuroni specchio: il nostro cervello tende a replicare lo stato emotivo delle persone con cui interagiamo. Entrare in una stanza con un volto cupo, con lamentele croniche, con un’ansia permanente, significa letteralmente abbassare la potenza di esistere di chi ci circonda, per usare il linguaggio di Spinoza. 

Accorciare la vita degli altri, per usare il mio.

E la preoccupazione, nella stragrande maggioranza dei casi, non risolve nulla. 

Non ha mai pagato una bolletta, non ha mai guarito una malattia, non ha mai riportato indietro un’opportunità perduta. 

Marco Aurelio lo dice con una lucidità chirurgica: «Molto poco è necessario per una vita felice; è tutto dentro di te, nel tuo modo di pensare». 

Ed Epitteto aggiunge: «Non sono le cose a turbarci, ma le opinioni che abbiamo delle cose». 

La preoccupazione è un’opinione travestita da responsabilità. Essere responsabili non significa anticipare tutti i disastri possibili, ma prepararsi e agire con lucidità, senza intossicare sé stessi e gli altri di ansia. La vera responsabilità è un’altra: è quella di non avvelenare l’aria emotiva che respirano le persone che amiamo.

In questo stesso gesto di responsabilità emotiva c’è il nucleo di una sovranità interiore che non delega il proprio stato mentale al caso, al feed o all’umore altrui, ma sceglie consapevolmente quali pensieri lasciar crescere, come suggerisce il percorso sulla sovranità cognitiva: come il tuo feed scrive il tuo destino.

A tal proposito, vale la pena aggiungere una forma più sottile, ma devastante, di preoccupazione travestita da amore: quella che ci fa vivere “in funzione” di una sola persona. 

Accade quando il partner, il fidanzato, il coniuge, diventa il centro assoluto dell’esistenza, il criterio unico di ogni decisione, il termometro del nostro umore. 

In nome di questo “amore”, si finisce per ignorare i bisogni propri e quelli di chi c’era prima: i genitori, i figli, i fratelli, gli amici che hanno condiviso con noi interi pezzi di vita precedente a quel nuovo “rapporto”.

In apparenza è dedizione. In realtà è una forma di idolatria affettiva: l’altro smette di essere una persona e diventa un altare. E quando si sacrifica tutto su un solo altare, il prezzo lo pagano tutti: noi stessi, perché ci dissolviamo; la famiglia, perché si sente esclusa o scavalcata o tradita; persino il partner stesso, che si ritrova addosso il peso di dover essere la fonte unica della nostra felicità.

Quando l’amore prende il sopravvento fino a farci dimenticare la nostra dignità, la nostra vocazione, le relazioni fondanti della nostra vita, chi siamo, non è più amore: è dipendenza emotiva travestita da romanticismo.

La responsabilità sacra che ne deriva è: portare soluzioni, non problemi; portare gioia e allegria, non malumori.

Se uniamo il filo biblico, quello filosofico e quello scientifico, emerge un quadro coerente e potente. 

L’essere umano non è progettato per la preoccupazione cronica, bensì per la gioia espansiva. Questa immagine dell’essere umano progettato per espandersi nella luce dialoga con l’indagine sull’ombra interiore: solo chi riconosce le proprie tenebre può scegliere consapevolmente di portare gioia invece che malumore, come approfondito in L’Ombra e la Luce: un’indagine sul mondo delle tenebre.

Il suo cuore, letteralmente e metaforicamente, funziona meglio quando è allegro. 

La sua mente si allarga, le sue relazioni si arricchiscono, la sua vita si allunga. 

E tutto questo non resta confinato in lui: si irradia al prossimo come la luce dei giusti in Proverbi (yismàch, Luce di giusti gioirà / si rallegra) cresce, germoglia, si moltiplica.

C’è dunque una responsabilità sacra nell’allegria. 

É la forma più concreta di amore per il prossimo. 

Portare serenità e un sorriso a chi non possiede la nostra consapevolezza, né l’istruzione che abbiamo avuto la fortuna di ricevere, è un atto dovuto.

Portare soluzioni, non problemi. 

Portare luce, non ombra. 

La gioia non è l’assenza di dolore, è la decisione di non lasciare che il dolore abbia il sopravvento.

Nietzsche direbbe: sii l’amico che gioisce con te, non quello che si limita a soffrire con te. 

Spinoza direbbe: aumenta la potenza di esistere di chi ti sta accanto. 

Paolo direbbe: Chaìrete, e lo dice due volte di seguito (da una prigione con una plausibile condanna a morte), perché evidentemente sapeva che ce lo saremmo dimenticato. Frankl direbbe: trova il tuo perché, e qualsiasi come diventerà sopportabile, anzi, diventerà occasione di crescita (e lo diceva da un campo di sterminio, con gli inimmaginabili stenti del caso).

Un altro Scenario

Immaginiamo per un momento un mondo in cui ogni essere umano facesse propria questa responsabilità. 

Non un mondo irrealistico di maschere o sorrisi forzati, ma un mondo in cui ciascuno, partendo dalla propria famiglia e allargandosi a cerchi concentrici verso gli amici, i colleghi, i vicini, gli sconosciuti, scegliesse consapevolmente di essere portatore di pace, allegria e soluzioni.

La mattina, svegliandosi, il primo pensiero non sarebbe l’ansia per ciò che potrebbe andare storto, ma la gratitudine per il fatto di essere vivi, come suggerisce Marco Aurelio: «Quando ti alzi al mattino, pensa a che prezioso privilegio sia essere vivo, respirare, pensare, godere, amare». 

A colazione, invece di riversare preoccupazioni sulla famiglia, si condividerebbe una risata, un progetto, un’idea. Al lavoro, invece di alimentare il circolo vizioso delle lamentele, si porterebbe energia costruttiva. Di fronte a un problema, invece di aggiungere ansia all’ansia, si cercherebbe una soluzione, o almeno si offrirebbe la propria presenza serena come punto di appoggio per chi ne ha bisogno.

In questo mondo, la spirale ascendente di Fredrickson si attiverebbe su scala collettiva: la gioia di uno allargherebbe il pensiero di un altro, che produrrebbe idee migliori, che genererebbero risultati migliori, che alimenterebbero nuova gioia. 

I conflitti non scomparirebbero, il dolore non scomparirebbe, ma verrebbero affrontati da persone con un repertorio mentale più ampio, più creative, più resilienti, più capaci di trovare accordi. 

La salute pubblica migliorerebbe: meno cortisolo collettivo, meno infiammazione sistemica, meno malattie cardiovascolari, meno depressione. 

Le relazioni familiari si rafforzerebbero: bambini cresciuti in case dove la gioia è un valore consapevole sviluppano risorse psicologiche che li accompagnano per tutta la vita, come dimostrano i 9,4 anni in più di vita delle donne del Nun Study, che avevano semplicemente espresso più gioia nei loro scritti giovanili.

Sarebbe un mondo in cui l’amore per il prossimo non si esprimerebbe solo nel sacrificio e nel dovere, ma nella forma più disarmante e potente di tutte: la gioia condivisa. Un mondo in cui, incontrando qualcuno per strada, ci si salutasse non con un asettico “buongiorno” ma con lo spirito di quel Chaìrete! che Gesù rivolse ai discepoli la mattina della resurrezione «Gioite!» e che Paolo ripeteva dai sotterranei delle prigioni romane.

Non è un’utopia: è una scelta che ognuno di noi può compiere adesso, in questo istante, nella prossima parola che rivolgerà a qualcuno. 

Non è una dote caratteriale per pochi fortunati, ma una decisione quotidiana, spesso controcorrente, di quale voce ascoltare dentro di noi.

Perché, come diceva Seneca, «la vita è brevissima e piena d’ansia per chi dimentica il passato, trascura il presente e teme il futuro». Ma per chi sceglie la gioia come missione, per chi decide di essere quel germoglio di simchàh che fiorisce e si espande, la vita, anche nelle sue stagioni più dure, diventa ciò che era sempre stata destinata a essere: buona medicina per sé e per il mondo intero.

E forse, davanti a Dio e agli uomini, un giorno ci verrà chiesto quanta gioia abbiamo scelto di distribuire mentre mettevamo in campo la nostra esistenza.

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