Il Re è Nudo – Manifesto di una Politica che ha perso il filo

Illustrazione simbolica di un trono vuoto davanti a una folla ipnotizzata da schermi e numeri, con una figura che indica il vuoto del potere, feature image per “Il Re è Nudo – Manifesto di una Politica che ha perso il filo”.

C’è una scena che conosci, anche se non ti ricordi di averla vissuta.

Sei in una riunione, o a cena con la famiglia, o davanti a un telegiornale. Qualcuno dice qualcosa di palesemente falso, o di palesemente assurdo, e tu lo sai. 

Lo sai con certezza. Eppure taci. Annuisci, forse. O cambi argomento. Non perché tu abbia paura, no davvero. Ma perché dirlo ad alta voce costerebbe qualcosa. Costerebbe il fastidio, il conflitto, l’essere guardato come quello che complica le cose. E allora lasci perdere.

Questo silenzio ha un nome. Ha duemila anni.

Hans Christian Andersen lo mise per iscritto nel 1837 in una fiaba per bambini, ma come tutte le fiabe vere parlava agli adulti. Un imperatore sfilava nudo. La folla vedeva. Tutti vedevano. Nessuno parlava. Finché un bambino, che non aveva ancora imparato quanto costa dire la verità, aprì la bocca e disse l’ovvio.

Ciò che quella storia descrive non è la stupidità del popolo. È qualcosa di molto più sottile e molto più pericoloso: la struttura psicologica del conformismo. L’impulso profondo, quasi biologico, a sincronizzarsi con ciò che ci circonda. A non essere l’unico che non vede. 

Gli studi di Solomon Asch negli anni Cinquanta lo dimostrarono in laboratorio con una brutalità disarmante: la maggior parte delle persone, messe di fronte a una risposta palesemente sbagliata ma sostenuta da un gruppo, sceglie di sbagliare insieme agli altri piuttosto che avere ragione da sola. Non per codardia. Per biologia. Il cervello sociale ha paura dell’esclusione più di quanto abbia paura dell’errore.

E su questo meccanismo, il potere ha sempre costruito la propria casa.

Il vestito che non c’è

Aristotele aveva già visto tutto. 

Nella “Politica”, dopo aver esaminato centocinquantotto costituzioni, aveva identificato il criterio fondamentale che distingue un buon governo da uno cattivo: non la sua forma, ma il suo scopo. Un governo è legittimo quando persegue il bene di tutti. Diventa illegittimo nel momento in cui inizia a perseguire il bene di chi governa. Tirannia, oligarchia, democrazia corrotta: tre nomi diversi per la stessa cosa, la deviazione del potere dal suo asse naturale.

Platone aggiunse qualcosa che ancora brucia. 

In “Repubblica”, scrisse in merito al tiranno: si nasconde l’uomo più infelice che esista. Non perché venga punito, ma perché è schiavo delle proprie passioni, circondato di persone che lo servono invece di amarlo, incapace di fidarsi di nessuno, condannato a temere ciò che aveva voluto conquistare. Il tiranno vince e perde nello stesso momento. È una descrizione psicologica sorprendentemente precisa di una certa psicopatologia del potere che continuiamo a riconoscere ogni generazione, con nomi diversi.

Machiavelli fu il primo a dire la cosa senza abbellirla: chi governa tende, per natura, a conservare il potere. Non è un giudizio, ma un’osservazione. Come l’acqua scende verso il basso. Il leone usa la forza, la volpe usa l’inganno. Il principe deve saper essere entrambi. L’unica risposta a questa verità non è affidarsi alla virtù dei governanti, ma costruire istituzioni che non abbiano bisogno della loro virtù per funzionare. È il problema che ogni democrazia ancora si porta dietro come un macigno.

Atene aveva provato una soluzione radicale: il sorteggio. I membri della Boulé, il consiglio che preparava le leggi, venivano estratti a sorte tra i cittadini idonei. Non eletti. Sorteggiati. L’intuizione era precisa: l’elezione favorisce i più eloquenti, i più ricchi, i più noti. Il sorteggio è la sola procedura che non può essere manipolata dall’ambizione. Tucidide lo fa dire a Pericle nell’orazione funebre: il governo è nelle mani dei molti e non dei pochi. Era una vera e propria architettura istituzionale.

Oggi, in Irlanda e in Francia, si sperimentano assemblee di cittadini sorteggiati per affrontare questioni costituzionali di grande complessità. È forse il riconoscimento che alcune delle domande più antiche sulla politica non hanno ancora trovato risposta.

La matematica della stanchezza

C’è un paradosso che nessuna democrazia ha risolto. Il sovrano teorico, il popolo, è anche la persona che meno ha tempo per esercitare la propria sovranità.

Pensa a qualcuno che si sveglia alle sei, porta i figli a scuola, lavora dieci ore, torna a casa, prepara la cena, guarda qualcosa di leggero, magari scrollando i social, per smettere di pensare e va a dormire per ricominciare. Questa persona dovrebbe analizzare disegni di legge, monitorare l’attività parlamentare, valutare i bilanci statali, distinguere la propaganda dalla realtà, scegliere tra candidati i cui programmi si assomigliano come fotocopie leggermente sbiadite le une delle altre? Decisamente no, ma non è disinteresse. È la matematica della vita quotidiana in una società che premia la produttività immediata e penalizza la riflessione.

Walter Lippmann lo aveva già capito nel 1922: le masse non possono formarsi un’opinione informata su ogni questione pubblica. Non è un’accusa, è una constatazione. E la distanza che ne risulta, tra il cittadino e il palazzo, è uno spazio che – per necessità – viene sempre occupato da qualcosa. Da qualcuno.

Herman e Chomsky mostrarono nel 1988 come i grandi media non costruiscano il consenso attraverso la propaganda grossolana, il martellamento ideologico, la menzogna esplicita. Lo costruiscono attraverso filtri molto più sottili: economici, istituzionali, culturali. Non dicendo il falso, ma scegliendo cosa dire e cosa non dire, quanto spazio dare a una notizia e quanto a un’altra, quali domande porre e quali considerare già risolte. Il consenso non viene fabbricato. Viene coltivato giorno per giorno.

E poi è arrivato l’algoritmo, che ha portato questo processo a una scala senza precedenti. Eli Pariser ha chiamato filter bubble la bolla creata dalle piattaforme digitali: ciascuno vede prevalentemente contenuti simili a quelli che ha già visto, viene esposto a opinioni che confermano le proprie, si muove in un universo informativo che progressivamente assomiglia sempre di più a se stesso. Questa non è censura, è qualcosa di più insidioso: il graduale restringimento di ciò che sembra possibile pensare.

Tocqueville aveva prefigurato tutto questo nel 1840, con una lucidità che ancora spaventa. Descrisse una forma di dominio che non assomiglia alle antiche tirannidi: un potere tutelare, dolce, che non maltratta i cittadini ma li mantiene in uno stato di minorità permanente. Li distrae. Li infantilizza. Li rende timidi e industriosi, più occupati dei piccoli piaceri privati che della cosa pubblica. Non li opprime. Li cura. E loro, lentamente, smettono di voler crescere.

La domanda che Tocqueville non pose ma che la sua analisi impone è questa: a chi giova che il popolo non si interessi?

La scuola del silenzio

Arriviamo a qualcosa di più scomodo.

Il sistema educativo moderno ha radici che pochi conoscono e che vale la pena esaminare senza scandalo. John Taylor Gatto, insegnante statunitense che aveva vinto il premio come migliore docente di New York, passò gli ultimi anni a documentare come il modello scolastico prussiano dell’Ottocento fosse stato importato negli Stati Uniti con uno scopo preciso: non formare cittadini autonomi, ma formare lavoratori disciplinati. Horace Mann tornò dalla Prussia impressionato dalla sua efficienza nell’organizzare le masse. Il General Education Board fondato da Rockefeller nel 1902 dichiarò apertamente di voler preparare le masse al servizio produttivo, non al pensiero critico.

La storia dell’istruzione è molto più complessa e stratificata di qualsiasi narrazione lineare. Molti storici sottolineano come la scuola pubblica abbia rappresentato lo strumento più potente di emancipazione e mobilità sociale mai costruito. Entrambe le cose possono essere vere nello stesso tempo. La tensione tra formazione del cittadino e adattamento del lavoratore attraversa ogni sistema educativo che abbia mai esistito, e non è ancora risolta.

Ma c’è una domanda che quella tensione impone, e che è impossibile eludere: quante domande hai imparato a fare a scuola?

Non quante risposte. Quante domande.

La Finlandia ha scelto un percorso quasi opposto: poche verifiche standardizzate, grande autonomia degli insegnanti, nessuna ossessione per i compiti a casa, attenzione all’equità più che alla selezione precoce. I risultati in termini di competenze e riduzione delle disuguaglianze sono stati per anni tra i migliori al mondo. Non esiste un paradiso scolastico. Ma esiste la prova che non è inevitabile costruire scuole che formino esecutori. Si possono costruire scuole che formino cittadini. La scelta è politica, non tecnica.

L’asimmetria invisibile 

C’è un’incongruenza così evidente che, una volta notata, è impossibile smettere di vederla.

In Italia per fare l’avvocato bisogna studiare almeno cinque anni per ottenere la laurea in giurisprudenza magistrale, fare un tirocinio, superare un esame di Stato abilitante. Per fare il medico, il farmacista, il notaio, l’architetto, il mediatore creditizio, persino il traduttore giurato, servono percorsi formativi specifici, esami, aggiornamenti continui. Il principio è semplice e ragionevole: chi esercita funzioni che possono causare danni a terzi deve dimostrare di essere competente.

Per fare le leggi di un Paese intero non serve niente di tutto questo.

In Italia, in Francia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna: nessuna laurea richiesta, nessun esame, nessuna verifica di competenza minima. Solo voti nei seggi elettorali. Come osserva Jason Brennan, il politologo di Georgetown che ha scritto Against Democracy, qualcuno può diventare parlamentare e ministro senza alcuna conoscenza dimostrabile delle materie su cui farà leggi. Mentre un idraulico, nello stesso Paese, deve superare un esame di abilitazione per poter lavorare.

E ancora una volta una domanda filosofica sorge spontanea: cosa diciamo, come comunità politica, quando richiediamo competenza dimostrabile a chiunque manipoli corpi, strutture, contratti o farmaci, ma non a chi decide della pace, della guerra, della fiscalità, della sanità di milioni di persone?

La risposta che la democrazia dà è: il voto legittima! Il voto è la competenza. La fiducia del popolo sostituisce il titolo. Ma questa risposta regge solo se chi vota è davvero libero di scegliere, davvero informato, davvero immune dalle pressioni che sappiamo esistere. E su questo punto i dati sono crudeli.

Chi vince senza combattere

Nel 1971, l’economista George Stigler formulò una teoria che da allora ha cambiato il modo in cui i politologi leggono il potere. La chiamò regulatory capture, cattura regolatoria: il fenomeno per cui le agenzie governative preposte a regolare un settore tendono, nel tempo, a essere dominate dagli interessi di quel settore. Non necessariamente per corruzione. Per un meccanismo quasi fisico: chi conosce una materia tecnica è quasi sempre chi ci lavora. Chi ci lavora ha interessi da difendere. Chi difende interessi finisce per influenzare le regole.

La porta girevole è la traduzione pratica di tutto questo. Ministri che lasciano il governo e diventano consulenti delle imprese che avevano regolato. Dirigenti di aziende private che diventano regolatori del settore in cui operavano, e così via. 

David Cameron, ex premier britannico, fece pressioni personali sul ministro delle Finanze a favore di Greensill Capital, la società che lo aveva assunto come consulente. Ma questo non è un caso isolato. È un pattern riconoscibile in quasi tutti i sistemi democratici avanzati.

Martin Gilens di Princeton e Benjamin Page di Northwestern hanno analizzato 1.779 decisioni di politica pubblica negli Stati Uniti nell’arco di oltre vent’anni. 

La loro conclusione è netta: le élite economiche e le organizzazioni che rappresentano interessi imprenditoriali hanno un impatto sostanziale e indipendente sulla politica del governo, mentre i cittadini comuni hanno poca o nessuna influenza indipendente. Quando una maggioranza di cittadini è in disaccordo con le élite economiche, generalmente perde.

Gli autori non si limitano a descrivere un problema. Mettono in discussione un’etichetta. Chiamano quello che descrivono non democrazia, ma oligarchia.

Cambiare il ministro, in questo quadro, può cambiare il volto sul cartello. Ma raramente cambia la struttura sottostante. E la struttura sottostante è quella che decide davvero.

Il teatro dell’opposizione

C’è qualcosa di strano in molti parlamenti contemporanei, e non è difficile da vedere se si guarda con attenzione.

I partiti di opposizione dichiarano di essere contrari a questa legge, a quella guerra, a questo taglio della spesa pubblica. Manifestano indignazione. Raccolgono firme. Convocano audizioni. E poi, quando i voti contano davvero, quando si potrebbe effettivamente cambiare qualcosa, l’opposizione si astiene, presenta emendamenti privi di peso reale, o sparisce nel rumore di fondo del dibattito.

Douglas Carswell, parlamentare britannico per diciotto anni, ha scritto che il Parlamento è debole, inefficace, e che l’indipendenza di pensiero dei suoi membri viene sistematicamente erosa dalla logica del partito. Solo un terzo del pubblico britannico, secondo i sondaggi dell’epoca, riteneva il Parlamento davvero efficace nel tenere il governo sotto controllo.

Il risultato è una politica in cui la contrapposizione è reale nell’immagine e spesso debole nella sostanza. L’elettore lo percepisce. Non lo formalizza, forse, ma lo sente. E la conseguenza naturale di questa percezione è l’astensionismo crescente: non come semplice disinteresse, ma come segnale di una fiducia che si è logorata. L’elettore non smette di guardare. Smette di credere che guardare cambi qualcosa.

È una spirale. E come tutte le spirali, si autoalimenta.

Oggi continuare a litigare come se destra, sinistra e centro fossero blocchi impermeabili e distinti rischia di essere un esercizio più identitario che politico. Quelle categorie hanno avuto un senso storico quando nascevano da conflitti reali su proprietà, lavoro, autorità. Ma oggi spesso vengono ridotte a bandiere di appartenenza, utili a mobilitare consensi e a mantenere identità politiche che, nei fatti, si avvicinano molto più di quanto dichiarino. 

Lo si vede nei cambi di casacca improvvisi, nelle alleanze giudicate impossibili fino al giorno prima. La vera linea di demarcazione non è più tra destra e sinistra. È tra chi concepisce la politica come servizio e chi la concepisce come occupazione stabile del potere che non richiede alcun titolo di studio.

Chi paga il conto

Le guerre non colpiscono in modo uniforme. Chi decide raramente muore. Chi muore raramente ha deciso nulla.

La crisi petrolifera del 1973, scatenata dall’embargo arabo come reazione al conflitto arabo-israeliano, vide quadruplicare il prezzo del petrolio in pochi mesi. L’inflazione passò dal 3,3% all’11,1% tra il 1972 e il 1974. 

Chi viveva in appartamenti riscaldati a gasolio, chi usava l’auto per lavorare, chi gestiva una piccola impresa manifatturiera: tutti pagarono il prezzo di una decisione presa da attori geopolitici lontanissimi dalla loro vita.

Joseph Stiglitz e Linda Bilmes stimarono nel 2008 che il solo conflitto in Iraq sarebbe costato agli Stati Uniti tra i tre e i cinque trilioni di dollari, senza contare i costi sociali e sanitari a lungo termine per i veterani. 

Chi aveva deciso quel conflitto viveva protetto da rendite, pensioni e privilegi. Chi ne pagava il prezzo era il contribuente comune, che vedeva la propria capacità d’acquisto assottigliarsi per cause su cui non aveva avuto voce.

Hannah Arendt, riflettendo sul processo a Eichmann, coniò un’espressione che ha cambiato per sempre il modo di pensare il male politico: la banalità del male. Non si tratta sempre di mostri consapevoli. Si tratta di persone che smettono di pensare, che si limitano a fare il proprio lavoro senza interrogarsi sulle conseguenze. Applicata alle democrazie mature, questa intuizione è inquietante: non occorre malvagità straordinaria per rendere possibili decisioni ingiuste. Basta una somma di non-riflessioni. Una democrazia pigra può diventare complice senza neppure accorgersene.

La distanza tra il principio e il palazzo

L’Unione Europea è forse l’esperimento istituzionale più ambizioso della storia recente. È anche il luogo in cui il cosiddetto democratic deficit è diventato un problema tecnico con un nome ufficiale.

La Commissione Europea, che propone le leggi e le negozia per conto di cinquecento milioni di persone, è composta da commissari nominati dai governi nazionali. Non eletti direttamente dai cittadini. Il Parlamento Europeo, l’unica istituzione eletta, non ha potere di iniziativa legislativa: può emendare o respingere, ma non proporre. Il risultato è che chi esercita il potere non è direttamente scelto da chi ne subisce le conseguenze.

Questo disallineamento non è esclusivo dell’Europa. In molti sistemi presidenziali, il capo dell’esecutivo nomina ministri e giudici senza che il popolo abbia voce diretta. In sistemi parlamentari, le coalizioni di governo vengono formate dopo le elezioni attraverso negoziati che l’elettore non ha scelto né può controllare. La delega è inevitabile in comunità di milioni di persone. Il problema non è l’esistenza della distanza. Il problema è: quanto è grande questo divergenza, e chi ne beneficia?

Ogni classe dirigente – degna di questo nome – dovrebbe essere sottoposta a un controllo etico e istituzionale tanto rigoroso quanto quello richiesto alle professioni più delicate. In Italia la Corte dei conti è chiamata a vigilare sull’uso delle risorse pubbliche e a perseguire il danno erariale. Nella pratica, i procedimenti hanno tempi lunghi, le responsabilità tendono a distribuirsi lungo catene decisionali articolate, e alcune riforme recenti hanno persino limitato l’azione risarcitoria in nome della tutela dell’azione amministrativa. Il risultato pratico è che il cittadino che sbaglia nel proprio lavoro rischia di risponderne in prima persona, mentre chi gestisce miliardi di denaro pubblico ha spesso la percezione di un sistema in cui il costo dell’errore ricade sulla collettività più che sul singolo decisore.

Non si tratta di alimentare risentimento. Si tratta di porre la domanda elementare che ogni democrazia dovrebbe saper rispondere: quanta simmetria esiste, oggi, tra le responsabilità richieste a un normale cittadino e quelle effettivamente applicate a chi lo governa?

Lo schermo che illumina e acceca

C’è però qualcosa di nuovo. 

Qualcosa che le generazioni precedenti non avevano.

L’intelligenza artificiale, nelle sue applicazioni civiche, sta aprendo possibilità che fino a poco tempo fa erano riservate a grandi istituzioni e centri di ricerca: analisi automatica di grandi quantità di dati legislativi, monitoraggio in tempo reale dei voti parlamentari, strumenti che aggregano l’opinione di milioni di persone con una velocità e una granularità prima impossibili. L’OCSE ha documentato come queste tecnologie possano rafforzare la partecipazione e rendere più accessibile il controllo democratico delle decisioni.

A Taipei, la piattaforma vTaiwan ha usato strumenti di deliberazione online per raccogliere migliaia di contributi su temi complessi, aiutando il governo a formulare compromessi più stabili. A Barcellona, il progetto Decidim ha creato un’infrastruttura digitale aperta attraverso cui i cittadini possono proporre, discutere e monitorare le politiche pubbliche con procedure trasparenti e verificabili. Non è utopia. Sta già accadendo.

Ma la stessa tecnologia che può illuminare può accecare. Lo stesso strumento che mappa le bugie dei politici può confezionare le sue. La direzione dipende interamente da chi la usa e per quale scopo. E questo riporta al problema di partenza: la tecnologia amplifica ciò che siamo. Non cambia la qualità del soggetto che la impugna.

Quello che non dipende da loro

C’è qualcosa che questa analisi rischia di lasciare nell’ombra, e sarebbe disonesto non dirlo.

Il potere non è mai completamente esterno a noi. Non vive soltanto nei palazzi o nelle istituzioni. Vive nelle abitudini che non mettiamo in discussione. Nelle informazioni che scegliamo di non verificare. Nelle deleghe che concediamo senza attenzione. Nella comodità di non sapere.

Ogni sistema politico, anche il più imperfetto, si regge su un equilibrio invisibile tra chi esercita il potere e chi lo tollera, lo ignora o lo giustifica. Le società non cambiano soltanto quando cambiano le leggi. Cambiano quando cambia il modo in cui le persone guardano quelle leggi, le interpretano, decidono se accettarle o metterle in discussione.

Robert Putnam ha documentato come dagli anni Sessanta in poi la partecipazione associativa, il volontariato, la vita di quartiere e l’impegno nelle istituzioni locali siano crollati in molti Paesi occidentali. Non solo per “stanchezza”. È la perdita di quei luoghi intermedi, i circoli, le associazioni, i sindacati, dove le persone imparavano a discutere, organizzarsi, deliberare. Senza questo tessuto connettivo, la democrazia diventa un gesto episodico in cabina elettorale, non più una pratica quotidiana.

La storia mostra che i cambiamenti strutturali nelle istituzioni politiche non sono mai stati concessi dall’alto per generosità. Sono stati conquistati dal basso per pressione. Il suffragio universale, i diritti del lavoro, l’abolizione della pena di morte in decine di Paesi: nessuno di questi risultati sarebbe stato possibile senza l’azione coordinata di persone che hanno deciso di non accettare lo stato delle cose come inevitabile.

Non si chiede a nessuno di fare l’eroe, ma si chiede a tutti lucidità e vigilanza.

E forse, soprattutto, si chiede questa cosa semplice e difficilissima: non confondere il silenzio con la pace. Non confondere l’adattamento con la saggezza. Non confondere il fatto di aver smesso di guardare, con il fatto che non ci sia più niente da vedere.

Il bambino nella fiaba non era coraggioso. Era solo troppo piccolo per aver imparato che certe verità non si dicono.

Noi siamo cresciuti. 

La domanda è se sia stata davvero una crescita.