Forse non cerchiamo Dio. Forse cerchiamo qualcuno che ci mostri come si fa a essere umani fino in fondo.
C’è una domanda che le persone non si pongono quasi mai a voce alta, ma quando capita il discorso la considerano.
Questa domanda non è “esiste Dio?”, oppure “qual è la religione vera?”. La domanda è molto più scomoda: è possibile vivere davvero? Vivere con piena presenza, con coerenza tra ciò che si pensa e ciò che si fa, tra ciò che si capisce dell’universo e ciò che si fa al mattino quando ci si alza? È possibile essere interi (come avevamo già postulato in un altro articolo)?
Questa è la domanda che attraversa tutta la storia spirituale dell’uomo. E la risposta che alcune figure hanno incarnato – e non solo predicato – è quello che rende certi nomi immortali.
Bereshit Bara’ Elohim – Quando tutto cominciò da una luce che non era il sole
Prima ancora di qualsiasi nome, prima di Mosè, di Zarathustra, di Siddharta, di Muhammad, di Gesù, c’è una parola.
Una sola, scritta in ebraico con tre lettere: ב-ר-א. Bara’. “Creò.” Ma il verbo ebraico bara’ non indica una creazione dal niente – indica piuttosto il portare ordine dentro il caos, il fare emergere forma da qualcosa che già esisteva ma giaceva informe.
L’atto creativo originario non è la magia del nulla che diventa qualcosa. È la scelta di mettere struttura, intenzione, direzione a ciò che è preesistente.
Poi arriva la luce. “E Dio disse: sia la luce.” Prima ancora che esistesse il sole, la luna, le stelle. La luce nel primo racconto della Genesi non è fisica: è l’atto stesso del nominare, del distinguere, del rendere comprensibile. È logos prima che ci fosse il Vangelo di Giovanni a chiamarla così.
Adamo in questo quadro non è probabilmente il primo uomo biologico.
La tradizione rabbinica lo descrive rivestito di luce, or, trasparente a sé stesso e all’altro. L’eden non è un luogo geografico – è uno stato dell’essere, una condizione di perfetta realizzazione delle possibilità individuali, fisiche, sottili e animiche insieme. Adamo è il primo figlio della luce nel senso che è il primo essere capace di consapevolezza cosmica, il primo a portare dentro di sé la scintilla che riconosce il tutto.
Non l’uomo primitivo: l’uomo archetipico.
Questo cambia tutto nella lettura di ciò che viene dopo.
Una catena di luce
Zarathustra nasce – forse – tra il 1500 e il 1200 avanti Cristo, sulle steppe iraniche. È un sacerdote. A trent’anni riceve una visione. Non fonda una religione di misteri oscuri: fonda la prima grande teologia della scelta morale. Il suo Dio supremo, Ahura Mazda, in avestico significa “il Signore che sa“.
La luce è il simbolo del divino perché rende visibile ciò che è nascosto.
I suoi templi conservano fiamme perenni: il fuoco non come idolo, ma come promemoria che la verità illumina sempre.
Tre pilastri etici: buoni pensieri, buone parole, buone opere. Non rituali. Non sacrifici. Un programma di vita interiore che, per rigore e profondità, sembra già contenere il nucleo dell’insegnamento di Gesù sul discorso della Montagna.
Mosè viene dopo.
O forse era contemporaneo, la datazione è incerta, come incerte sono quasi tutte le cronologie delle origini spirituali dell’umanità.
Mosè non è solo un legislatore: è un uomo che incontra qualcosa di incommensurabile e torna a raccontarlo con gli strumenti che ha.
Le prime lettere finali delle prime tre parole della Genesi – bereshit bara’ elohim – compongono in ebraico la parola emet, verità. Come se il testo avesse nascosto la propria chiave di lettura nel proprio inizio.
Poi arriva Siddharta Gautama, nell’India del sesto secolo avanti Cristo. Figlio di re, cresciuto nel lusso, schermato dalla sofferenza per decreto paterno. Un giorno esce dalle mura del palazzo. Vede un vecchio, un malato e un cadavere. Tre immagini che nessuna ricchezza può annullare. E capisce che tutta la sua vita era stata costruita per non guardare in faccia la realtà.
Quello che segue è una delle più grandi storie mai vissute. Abbandona tutto. Cerca maestri. Li supera.
Pratica l’ascesi estrema fino a quasi morire. Poi, meditando sotto l’albero della Bodhi, raggiunge quello che chiamerà il risveglio – bodhi: non illuminazione nel senso di luce esterna, ma risveglio nel senso di coscienza che smette di dormire. Il Buddha non dice “sono un Dio”. Dice: “Tutto quello che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato“. Chiunque può risvegliarsi. Il cammino è aperto.
Secoli dopo, su un’altra parte del mondo, in Arabia, un uomo di quarant’anni si ritira in una caverna. Si chiama Muhammad. Non è un guerriero, non è un re: è un mercante, figlio di un mondo tribale, capace però di uno straordinario ascolto interiore.
Ciò che riceve, o ciò che ascolta dentro di sé, diventerà il Corano. I musulmani lo chiamano “il Sigillo dei Profeti” – Khātim al-anbiyāʾ – nel senso che chiude un ciclo iniziato con Adamo. Ma c’è una corrente mistica dentro l’Islam, il sufismo, che ha sviluppato qualcosa di ancora più interessante.
Ibn Arabi, mistico andaluso del dodicesimo secolo, elaborò la dottrina dell’al-Insān al-Kāmil, letteralmente “l’uomo completo”.
Non l’uomo impeccabile, senza ombre e senza ferite, ma l’uomo che ha portato a compimento la propria natura, realizzando in sé la pienezza delle possibilità umane. In questa figura, il divino non è un’idea lontana e il creato non è materia muta, anzi, i due poli si toccano nell’essere umano, che diventa istmo, passaggio, luogo di riconoscimento.
L’uomo completo è la risposta all’universo nel momento in cui l’universo diventa cosciente di sé.
Questo dialoga in modo sorprendente con il greco di Matteo 5,48, dove Gesù dice: Ἔσεσθε οὖν ὑμεῖς τέλειοι – “Siate dunque teleioi”, cioè completi, maturi, giunti al compimento. Téleios non significa soltanto “perfetto” nel senso moderno, quasi impossibile, di non avere difetti; significa anche compiuto, maturo, arrivato alla propria pienezza.
La stessa idea, nel mondo biblico ebraico, trova un’immagine chiarissima in Giobbe. Il testo lo presenta così: “C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe; quest’uomo era integro e retto, temeva Dio e fuggiva il male” (Giobbe 1,1). Nell’ebraico del versetto compaiono termini decisivi: tam, che indica integrità, interezza, compiutezza morale; yashar, che significa rettitudine, linea diritta, coerenza; yere Elohim, il timore di Dio come rispetto profondo e vigilanza interiore; sar mera, cioè colui che si allontana dal male. Giobbe non è presentato come un uomo che non conosce la prova, ma come un uomo che possiede un centro. E questo cambia tutto, l’obiettivo non è non cadere mai, ma restare integri quando la vita colpisce.
La vita spirituale, infatti, non consiste nel non cadere mai, ma nel non restare mai spezzati nella caduta. Perché chi non sbaglia può anche apparire irreprensibile, ma spesso resta immaturo; chi invece cade, comprende, si rialza e continua a cercare la forma più piena del proprio essere, attraversa davvero la prova dell’umano. In questo senso, il modello non è la sterilità morale, ma la pienezza interiore. Non un uomo senza conflitti, ma un essere umano che conserva la propria interezza , capace di tenere insieme luce e ombra, disciplina e misericordia, verità e soglia.
Il Logos che diventa carne
Poi c’è Giovanni. Non i Vangeli sinottici – Matteo, Marco, Luca, con le loro storie concrete, i miracoli, le parabole. Giovanni apre con qualcosa di filosoficamente straordinario, qualcosa che un lettore del primo secolo greco avrebbe riconosciuto immediatamente come un gesto di altissima cultura ed ispirazione.
Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος – “In principio era il Logos.”
La parola greca logos non significa semplicemente “parola” o “verbo”.
Eraclito, cinque secoli prima, aveva usato questa parola per indicare il principio razionale che governa l’universo intero, la legge ontologica in cui tutte le cose si realizzano, il filo invisibile che tiene insieme la molteplicità del reale. Il logos è radice comune, governo, legge e ordine razionale di tutte le cose. È l’intelligenza del cosmo.
Giovanni prende questo concetto e dice: il logos si è fatto carne. L’intelligenza ordinatrice dell’universo ha assunto forma umana. È una delle tesi filosofiche più audaci e al contempo straordinarie mai postulate. Dice che il senso del tutto è accessibile dal basso, dall’interno dell’esistenza umana, non solo dall’alto.
Le dichiarazioni “Io sono” di Gesù nel Vangelo di Giovanni – ἐγώ εἰμι, ego eimi – risuonano direttamente con il nome divino rivelato a Mosè nel roveto ardente, con YHWH che significa “Io sono colui che sono”.
Giovanni costruisce una corrispondenza deliberata, e poi arriva la frase che ha fatto più storia di qualsiasi altra: ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή – “Io sono la via, la verità e la vita”. E se non bastasse, il punto ancora più sconvolgente è subito dopo: οὐδεὶς ἔρχεται πρὸς τὸν πατέρα εἰ μὴ δι’ ἐμοῦ, “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Qui non c’è soltanto una dichiarazione identitaria, c’è una pretesa di unicità assoluta.
Gesù non si presenta come uno dei possibili accessi alla verità: si presenta come L’accesso. Non come una voce che orienta dall’esterno, ma come il passaggio stesso attraverso cui la realtà si lascia attraversare.
E questo cambia tutto, perché il suo linguaggio non è quello di un maestro che aggiunge informazioni al mondo. È il linguaggio di chi coincide con il principio che rende il mondo intelligibile, cioè ciò che può essere compreso solo da una ragione desta, non addormentata.
Nel prologo di Giovanni, il Logos non è una semplice parola, ma è la struttura viva del senso, ciò che ordina l’essere e gli impedisce di cadere nel puro caos.
Se quel Logos si fa carne, allora l’unicità di Gesù non è solo morale, ancor meno religiosa, è ontologica, ovvero ciò che riguarda la natura dell’essere, dell’esistenza e della realtà in sé.
Gesù non sta soltanto dicendo qualcosa di vero, ma sta dicendo che attraverso la sua persona la verità si lascia incontrare in forma umana.
E poi quelle tre parole greche citate dal maestro che, a guardarle bene, non definiscono una teologia della salvezza esclusiva. Definiscono anch’esse un’ontologia dell’esistenza piena.
La hodos – la via – è il percorso, il metodo, il modo di camminare nella realtà.
La aletheia – la verità – in greco letterale significa “ciò che non è nascosto”, lo svelamento, l’opposto del velo.
La zoe – la vita – non è la vita biologica (quella sarebbe bios) è la vita piena, qualitativa, la vita che ha senso.
Tre assi. Non tre porte chiuse a chiave, anzi tre dimensioni dell’essere completo.
È come se Giovanni dicesse che la pienezza dell’essere umano non è un singolo punto, ma un sistema di coordinate: cammino (via), svelamento (verità) e qualità dell’esistenza (vita).
Quello che le Upanishad e l’Amazzonia sapevano già
A migliaia di chilometri, in una foresta che probabilmente non ha mai sentito il nome di Giovanni o del suo Vangelo, sciamani Yanomami dell’Amazzonia settentrionale praticano qualcosa che hanno una parola tutta loro per descrivere.
Gli xapiripë – spiriti guida che hanno sembianze umane ma sono piccoli come granelli di polvere scintillante – si manifestano solo a chi ha imparato a riconoscerli, a vederli, ad ascoltarli.
Il cosmo Yanomami non è diviso tra sacro e profano: ogni istante della vita è vissuto con la presenza degli spiriti. Non c’è momento che non abbia una dimensione ulteriore.
Gli sciamani non insegnano la via verso l’alto. Insegnano la discesa in profondità – nel cuore della foresta, nel cuore del corpo, nel cuore della relazione tra gli esseri viventi. La loro cosmologia non conosce il concetto di separazione tra uomo e universo.
Le Upanishad indiane, scritte tra il nono e il terzo secolo avanti Cristo, formulano la stessa intuizione con una precisione filosofica formidabile. La Chandogya Upanishad riporta un dialogo tra un padre e un figlio. Il padre prende del sale, lo scioglie in acqua, poi chiede: “Riesci a vedere il sale?” No. “Eppure è lì.” Poi sussurra la formula: Tat Tvam Asi – “Tu sei quello”. Il Sé individuale, l’Atman, è identico alla realtà ultima, al Brahman. Quella luce che splende al di là di tutto splende anche dentro di noi.
Questa è un’affermazione psicologica radicale: la distanza tra te e il tutto è un’illusione costruita dalla mente. L’universo non ti è estraneo. Tu sei fatto della sua stessa sostanza. Noi siamo della stessa materia delle stelle. E forse, in un senso più profondo di quanto ammettiamo, siamo il modo in cui il cosmo impara a riconoscersi.
E se davvero siamo fatti della stessa sostanza delle stelle, allora in un uomo come Cristo quell’intuizione prende una forma scandalosamente concreta: l’universo che, per un istante nella storia, si lascia guardare negli occhi.
L’uomo completo, non l’uomo perfetto
C’è una differenza enorme tra perfetto e completo, e quella differenza attraversa tutta la storia spirituale che abbiamo percorso.
L’uomo perfetto è un’idea greca, e nel senso peggiore del termine: senza difetti, senza contraddizioni, senza ferite. Un marmo. La perfezione esclude la caduta, esclude il dubbio, esclude la notte oscura. Esclude l’umanità.
L’uomo completo – l’al-Insān al-Kāmil di Ibn Arabi, il Buddha che ha vissuto il potere e la povertà, l’ascesi e il lusso, la famiglia e la solitudine – è qualcuno che ha attraversato tutto. Che non ha evitato niente. Che ha integrato in sé le contraddizioni invece di eliminarle.
Gesù piange. Gesù ha paura nel Getsemani: “Allontana da me questo calice”. Gesù si indigna nel Tempio e rovescia i tavoli. Gesù consola, chiama, ascolta, mangia, cammina, tace.
Non è un essere che ha sottratto la propria umanità alla vita, tutt’altro, è un essere che l’ha attraversata fino in fondo, senza disperderla.
Ed è proprio qui che la sua unicità diventa inesauribile. In lui il Logos non resta un’idea, non rimane un principio astratto, non si limita a ordinare il cosmo dall’alto: si fa carne, entra nel tempo come fosse un’altra dimensione, acquista spessore, volto, voce.
E così mostra che la verità non è un concetto da contemplare a distanza, ma una presenza da attraversare.
Forse è questo che rende Cristo così diverso dagli altri grandi maestri della storia spirituale. Non solo perché insegna, ma perché coincide con ciò che insegna. Non solo perché indica la via, ma perché si presenta come la via stessa. Non solo perché parla della luce, ma perché la luce in lui diventa figura umana, sguardo, gesto, compassione, giudizio, misericordia.
Giobbe era integro. Cristo è l’interezza che si offre. Giobbe resta saldo nella prova. Cristo porta la prova dentro il mistero di Dio. E qui si capisce che il problema non è diventare perfetti nel senso freddo e irreale del termine. Il problema è diventare interi, cioè capaci di tenere insieme ferita e senso, limite e verità, sofferenza e direzione.
L’universo non chiede esseri umani levigati. Chiede esseri veri. Uomini e donne che non si spezzano nel caos, ma neanche si nascondono dietro di esso. Esseri che non confondono la forza con la durezza, né la bontà con la debolezza. In questo senso Cristo resta unico: perché non è soltanto il maestro della luce, ma la luce che si è lasciata incontrare nella forma di un uomo.
E forse è proprio qui che si nasconde la speranza più grande: se un uomo così ha attraversato la morte senza esserne annientato, allora la completezza a cui siamo chiamati non si esaurisce in questa vita, ma comincia qui per continuare altrove.

