Quando avere troppo ci fa perdere noi stessi
C’è un momento preciso in cui la quantità diventa un problema di qualità. Non quando si possiede molto, ma quando si possiede talmente tanto da non vedere più chi si ha di fronte. Viviamo in un’epoca in cui i numeri hanno perso la capacità di comunicare: si dice “miliardi” come si dice “tanti”, e quella parola è diventata così astratta da non evocare più niente di concreto.
Miliardi di euro, miliardi di dollari, miliardi di utenti, miliardi di interazioni. Il mondo contemporaneo ha costruito un sistema in cui la scala è diventata il valore, in cui la dimensione dell’impresa è il metro della sua importanza, in cui il numero di dipendenti misura il potere di chi li governa. E in questo processo, quasi inavvertitamente, si è prodotta una frattura. Non tra ricchi e poveri, in senso banalmente politico. Una frattura più intima, più profonda: quella tra l’essere umano e il resto dell’umanità.
Il World Inequality Report 2026, curato tra gli altri dall’economista Thomas Piketty, ha fotografato questa frattura con numeri che fanno un certo effetto: meno di 60.000 individui, ovvero lo 0,001% della popolazione mondiale, controllano una quota di ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dalla metà più povera dell’intera umanità, circa quattro miliardi di persone.
Quattro miliardi di persone!
L’1% più ricco del pianeta detiene il 37% della ricchezza mondiale, una cifra che vale diciotto volte la ricchezza complessiva del 50% più povero. Questa è la rappresentazione del mondo reale, del pianeta su cui viviamo e ci muoviamo ogni giorno.
Ora, prima di addentrarci in un’analisi che rischia di scivolare nella facile demagogia, è necessario fermarsi un momento su un punto che spesso viene eluso.
Non è la ricchezza il problema.
Non è la capacità di guadagnare, di costruire, di espandere un’impresa che infastidisce.
La storia, la filosofia e perfino la Scrittura antica non condannano il prosperare. Quello che interroga, quello che chiede di essere guardato con onestà intellettuale, è un’altra cosa: la distanza.
La distanza che cresce tra chi accumula in maniera esponenziale e il resto degli esseri umani, quella distanza che modifica la percezione, altera il giudizio e, forse più di tutto, impedisce di vedere l’altro come un riflesso di sé.
La pleonexia: un nome antico per qualcosa di attuale
Aristotele aveva già un termine per questo: pleonexia. Potremmo tradurla come la “brama di avere di più”, ma la radice greca è più ricca: pleon significa “più” e exein significa “avere, tenere”. È la tendenza insaziabile ad accumulare oltre il necessario, oltre il sufficiente, oltre ogni limite razionalmente giustificabile.
Nella Politica, Aristotele distingue con nettezza tra la crematistica naturale (oikonomia) l’arte di procurarsi i beni necessari alla vita, e quella innaturale, che persegue l’accumulo fine a se stesso senza mai raggiungere una soddisfazione reale.
La ricchezza, insiste il filosofo di Stagira, è strumentale, non finale: è un mezzo per raggiungere la vita buona, non un fine in sé. Quando diventa fine, si trasforma in qualcosa che corrompe non solo la società ma la psiche di chi la insegue.
Aristotele osservava il suo tempo, la Grecia del IV secolo a.C., con le sue oligarchie e i suoi mercanti, ma sembrava descrivere il nostro. Nelle democrazie, nella Politica, governano i liberi; nelle oligarchie governano i ricchi. E la peculiarità delle oligarchie contemporanee, osservano i critici moderni, è che non hanno più bisogno di alcuna legittimazione: non servono cultura, merito o tradizione per mantenere il controllo, basta il denaro e la capacità di influenzare i processi politici e legislativi.
Il peso che non si vede
La lingua antica, come spesso accade, conserva una saggezza che le traduzioni diluiscono. La parola kabod, che normalmente rendiamo con “gloria”, viene dalla radice KBD, che significa letteralmente “essere pesante”.
Il peso, nella mentalità semitica, definisce l’importanza di una persona, il rispetto che ispira. Non è una coincidenza che nel testo di Genesi, quando si parla delle ricchezze di Abramo, l’originale usi proprio questa radice: Abramo era “molto pesante” di bestiame, argento e oro.
La traduzione “molto ricco” appiattisce qualcosa che il testo originale lascia intendere diversamente: la ricchezza era un peso, letteralmente. Non qualcosa da portare con leggerezza, ma un peso.
Questo dettaglio ci fa riflettere su chi ha molte responsabilità, molti dipendenti, molte risorse, porta un peso reale. Il problema non è il peso in sé, ma quando quel peso diventa talmente grande da non consentire di stare insieme agli altri. È esattamente ciò che narra il tredicesimo capitolo della Genesi: Abramo e suo nipote Lot sono entrambi prosperosi, ma “il territorio non consentiva che abitassero insieme, perché avevano beni troppo grandi per poter abitare insieme”.
I loro pastori litigano. La convivenza diventa impossibile. E così, con una frase che sa di storia universale, i due si separano.
La scelta di Lot e la direzione dello sguardo
In questo episodio, che a una lettura superficiale sembra solo una questione di gestione fondiaria, c’è un codice simbolico di straordinaria precisione.
Abramo dice a Lot, con generosità che merita di essere notata: “Non ci sia discordia tra me e te, perché noi siamo fratelli. Non sta forse davanti a te tutto il paese? Separati da me: se vai a sinistra, io andrò a destra; se vai a destra, io andrò a sinistra”. Abramo cede la scelta, rinuncia al vantaggio. Ma la risposta di Lot è rivelatrice: “alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte… come il giardino del Signore, come il paese d’Egitto”.
Lot sceglie con gli occhi.
Sceglie il massimo apparente, il più fertile, il più lussureggiante, il più…
E sceglie senza considerare il contesto: quella valle seppur fertile è vicina a Sodoma, e il testo si affretta ad aggiungere, quasi come nota a margine necessaria, che “gli uomini di Sodoma erano perversi e peccavano molto”.
Pare evidente che la scelta ottimizzata per il guadagno immediato porta verso un luogo che, simbolicamente e narrativamente, si rivelerà disastroso.
Il commentario ebraico classico lo sottolinea con finezza: le ricchezze non solo sono un peso da portare, ma generano spirito di contesa e separano coloro che prima erano uniti.
Il nome del luogo scelto da Lot non è dunque casuale.
Sodoma, nella tradizione interpretativa, rappresenta l’eccesso autodistruttivo, la città che ha costruito il proprio benessere sul rifiuto dell’ospitalità verso lo straniero, cioè sul rifiuto dell’altro.
Lot si avvicina a Sodoma con gli occhi pieni della fertilità della valle, senza vedere dove sta andando.
L’abbondanza mal orientata è cieca.
Quello stolto che parlava da solo
Il libro di Luca racconta una parabola che sembra nata apposta per i tempi nostri e per queste riflessioni.
Un uomo ricco, nel testo greco anthropos tis plousios, “un certo uomo ricco”, ha raccolti così abbondanti da non sapere dove metterli.
Riflette su questo problema, parla tra sé, pianifica: <demolirò i granai vecchi, ne costruirò di più grandi, raduno tutto, poi mi dirò: “Anima mia, hai molti beni accumulati per molti anni; riposati, mangia, bevi, godi”>.
Il testo greco usa qui la parola psyche, anima, in un modo che dà i brividi: l’uomo parla alla propria anima come se fosse il suo bene più prezioso da custodire nel fienile. Ecco che l’accumulo materiale e l’identità interiore si confondono.
“Di chi sarà?”, gli risponde Dio.
La domanda è devastante nella sua semplicità.
Il personaggio della parabola non è cattivo.
Non ruba, non inganna. È semplicemente e completamente solo nel suo monologo.
Non c’è un altro, non c’è un prossimo, non c’è un fratello, non c’è un servo.
C’è solo lui e il suo grano.
Gesù, che non era facile all’indulgenza quando descriveva questo tipo di cecità, lo chiama aphron, “stolto”, non nel senso di ignorante ma nel senso di chi non percepisce la realtà nella sua pienezza.
Spunto davvero meritevole di riflessione.
Adam: l’uno che è tutti
Qui entra in gioco una chiave di lettura che la traduzione ha quasi completamente oscurato.
La parola ebraica adam, che normalmente si traduce con “Adamo” come nome proprio del primo uomo figlio della luce divina, non è in origine un nome.
È un collettivo.
Adam significa “l’essere umano”, “l’umanità”, “colui che viene dall’adamah”, cioè dalla terra, dal suolo.
Non c’è nel termine alcuna distinzione di sesso, razza o condizione.
Adam è “l’insieme degli esseri uguali”, l’unica razza realmente esistente: quella umana.
Questa radice etimologica è una prospettiva antropologica radicale: ogni essere umano è, in senso profondo, una manifestazione dello stesso adam.
La tradizione mistica della Cabala sviluppa questa intuizione nel concetto di Adam Kadmon, l’uomo primordiale che è archetipo dell’intera umanità, simbolo dell’universo stesso.
Se questa lettura è corretta, e la filologia la sostiene, allora quando si danneggia un altro essere umano, si sta danneggiando una parte di sé.
Non metaforicamente. Strutturalmente.
È esattamente questa la logica sottostante al comandamento racchiuso nel libro del Levitico, che Gesù cita come il cuore stesso della legge: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
In greco, nel Nuovo Testamento, la parola tradotta con “prossimo” è plesion, che significa letteralmente “il vicino”, “colui che è accanto”, ma con una sfumatura attiva che il latino proximus rende con più precisione: il prossimo è colui che ci si avvicina, che si rende presente.
Gesù, com’è noto, capovolge la domanda “chi è il mio prossimo?” nella parabola del Samaritano: non si tratta di identificare chi merita il nostro aiuto, ma di chiedersi se siamo noi capaci di diventare prossimi a qualcuno.
Il prossimo non esiste in partenza, si crea nell’atto stesso del farsi vicino.
L’oro che arrugginisce
La lettera di Giacomo, nel Nuovo Testamento, affronta la questione della ricchezza con una franchezza che i secoli hanno spesso preferito non ascoltare troppo a lungo.
“A voi ora, o ricchi: piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti”.
La critica del testo non è alla ricchezza in quanto tale ma all’accumulo dissociato dalla realtà degli altri: “il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi grida”.
L’immagine dell’oro che arrugginisce è potente proprio perché è paradossale: l’oro non arrugginisce chimicamente. Ma se viene isolato, tenuto chiuso, separato dalla circolazione viva dell’esistenza, perde il suo senso. Diventa ruggine simbolica. Diventa peso senza gloria.
Fromm, la società dell’avere e il paradosso dell’identità
Nel XX secolo, uno psicoanalista di formazione freudiana ma con profonde radici nella tradizione ebraica, Erich Fromm, ha sviluppato con rigore scientifico quello che i testi antichi avevano detto in forma di narrazione e comandamento.
Nel suo Avere o Essere del 1976, Fromm distingue due modalità esistenziali fondamentali: la modalità dell’“avere”, centrata sul possesso, sull’accumulo, sulla difesa di ciò che si possiede; e la modalità dell’“essere”, centrata sulla vita, sulle connessioni significative, sulla partecipazione attiva all’esistenza.
Fromm sostiene che la società capitalistica contemporanea favorisce strutturalmente la modalità dell’avere, producendo alienazione e isolamento. La formula che descrive questa condizione è quasi chirurgica: “io sono uguale a ciò che ho e ciò che consumo”. Quando l’identità si costruisce sul possesso, non c’è mai abbastanza: si acquistano auto o barche più performanti, ville più sontuose, aerei privati, perché ogni nuovo acquisto non riempie il vuoto che si cerca di colmare ma lo ridefinisce a una scala superiore.
Non è cinismo o invidia verso chi acquista queste cose: è psicologia. Fromm lo documentava già decenni fa, e la ricerca contemporanea continua a confermarlo.
Seneca, quasi duemila anni prima, aveva detto la stessa cosa con la sintesi lapidaria di cui era capace: “Hoc habeo, quodcumque dedi” – “Il solo bene che ho è quello che ho dato”.
L’affermazione viene dal De beneficiis, un trattato sul dono e sulla reciprocità che è forse l’opera meno letta e più necessaria di tutta la letteratura latina. Per Seneca, il beneficium non è filantropia sentimentale: è la struttura stessa delle relazioni umane sane. Dare non è perdere: è l’unico modo di avere veramente qualcosa, perché solo ciò che si è donato non può essere sottratto dalla sorte.
Il cervello solidale
Non è solo filosofia antica. Le neuroscienze degli ultimi vent’anni hanno misurato in modo sorprendente quello che i testi sapevano per altra via.
Quando si compie un gesto altruistico si attivano aree cerebrali legate al piacere e al benessere, con rilascio di ossitocina e serotonina.
Nei soggetti più altruisti si osserva addirittura una riorganizzazione strutturale del cervello, con incremento dell’attività della corteccia temporale superiore e creazione di nuove connessioni neuronali.
L’ossitocina aumenta i comportamenti prosociali, favorisce l’empatia, riduce l’ansia e lo stress. Il cosiddetto “sballo dell’aiutante”, la sensazione di benessere che segue un gesto generoso, non è retorica: è chimica cerebrale misurabile.
Ciò significa, concretamente, che la generosità non è solo virtuosa in senso etico: è sana in senso biologico. Il cervello umano è costruito per la cooperazione. La solidarietà non è un’aggiunta culturale alla natura umana: è dentro la struttura neurochimicamente.
I contenuti che spesso si vedono nei video e nei reel sui social, come una persona che si avvicina alla cassa di un supermercato e paga la spesa a una signora anziana, senza aspettarsi nulla, senza bisogno dell’intervento di un’associazione benefica o di un’etichetta, è probabilmente uno degli atti più coerenti con la biologia umana che si possa compiere.
Rousseau e la proprietà che separa
Jean-Jacques Rousseau, nel Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini del 1755, identifica nell’istituzione della proprietà privata il momento in cui l’umanità ha cominciato a dividersi e a soffrire. “Il primo che, recintato un terreno, pensò di affermare questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile”.
Con questa fondazione nasce la dipendenza reciproca non nella forma della cooperazione ma nella forma della subordinazione: chi ha di più può obbligare chi ha di meno. L’interdipendenza diventa la chiave della degradazione.
È una lettura radicale, e si può non condividerla in toto. Ma Rousseau coglie qualcosa di reale: il dominio dell’apparenza che ne consegue, quella che lui chiama “falsa coscienza” prodotta dalla ricchezza, la tendenza a valutare le persone non per quello che sono ma per quello che mostrano di avere. Il lusso visibile, lo yacht fotografato, il jet privato postato sui social, non sono solo consumi personali: sono segnali che producono effetti sociali. Ampliano la distanza percepita tra chi li osserva e chi li possiede. E quella distanza, psicologicamente, indebolisce il senso di comunità, l’idea che si appartenga allo stesso adam.
L’equilibrio come scelta
C’è un rischio in questo ragionamento, e vale la pena nominarlo. Il rischio è di scivolare nella condanna moralistica di chi ha molto, nella logica del risentimento che Nietzsche analizzava così acutamente come la più tossica delle emozioni collettive.
Non è questo il punto.
Il punto è diverso, più sottile e più esigente.
Abramo, nel testo di Genesi, non viene punito per la sua ricchezza. Al contrario: dopo la separazione da Lot, riceve una promessa ancora più grande. La sua generosità nella divisione, la sua rinuncia al vantaggio immediato, non è presentata come impoverimento ma come liberazione. È come se il testo dicesse: chi sa tenere leggero il peso di quello che ha, chi sa cedere la scelta migliore al fratello, non perde niente di essenziale. Anzi: recupera nel lungo periodo.
L’equilibrio non è una rinuncia.
È una precisione.
È la capacità di vedere che l’altro essere umano, qualunque essere umano, la signora anziana al supermercato, il lavoratore che aspetta uno stipendio equo, il bambino che cresce in una città distrutta dal conflitto, non è un estraneo con cui competere ma una parte dello stesso sistema di cui si fa parte.
Comprenderlo davvero non è un atto di sacrificio: è un atto di intelligenza. Un riconoscimento della struttura reale del mondo.
Seneca diceva che il bene compiuto non cambia padrone: rimane, anche quando la fortuna volta le spalle. Questa è la descrizione più precisa che si possa fare del valore reale di un’azione umana.
Quello che si dà, tempo, attenzione, risorse, energie, senza aspettarsi nulla in cambio, non si perde.
Si deposita in un tessuto relazionale che è, in ultima analisi, l’unica cosa che conta quando i granai si svuotano e il grano di chi era l’uomo più ricco della parabola si chiede ancora di chi sarà.
