Come la parola governa la rotta interiore e rende l’essere umano “perfetto”, cioè completo
Nel discorso della montagna, la frase “sia invece il vostro parlare: sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” appare quasi scabra, quasi povera, rispetto a tante altre immagini luminose di Gesù.
Eppure, nel greco essenziale di Matteo, il versetto è una sorta di formula di ingegneria interiore: “sia dunque la vostra parola (lógos) sì sì, no no; ciò che è in più rispetto a queste viene dal malvagio”. Il verbo “èstō” (“sia”) non introduce un consiglio generico, ma un imperativo di forma: che il vostro lógos abbia questa struttura, che il vostro dire sia costruito così.
Si tratta di allineare il linguaggio alla realtà, senza orpelli, senza doppie intenzioni, senza quel “perissón”, l’eccesso, che è il terreno fertile della manipolazione.
Questo comando non chiede all’uomo una perfezione sterile e senza errori, ma un processo di semplificazione della parola fino a farla coincidere con la direzione profonda della persona.
È come se Gesù dicesse: lascia che il tuo lógos sia un vettore che indica una rotta chiara, non una nuvola di parole che nasconde il vero movimento del tuo essere.
L’eccesso di parole, il “troppo” del discorso, è ciò che sgancia il linguaggio dall’essere e lo consegna a un principio di divisione, “dal maligno”, perché introduce scarto tra ciò che si pensa, ciò che si è e ciò che si dice.
Se ci spostiamo alla Lettera di Giacomo, ritroviamo la stessa logica, ma ampliata in una piccola fenomenologia della lingua. “Poiché tutti inciampiamo in molte cose; se qualcuno non inciampa nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace anche di tenere a freno tutto il corpo”.
Il testo greco usa il verbo “ptaió”, inciampare, e il termine “téleios”, che spesso viene tradotto “perfetto” ma che letteralmente significa “compiuto, giunto al suo fine”. L’uomo “perfetto”, in questa prospettiva, non è l’uomo senza difetti morali, ma l’uomo arrivato a destinazione rispetto alla propria forma: integro, allineato, non più diviso.
L’indizio di questa integrità è il controllo del linguaggio, perché la lingua è il punto di convergenza tra ciò che sentiamo, pensiamo e facciamo.
Giacomo insiste su questa funzione di guida usando due immagini fisiche: il morso del cavallo e il timone della nave.
Poca materia, enorme effetto.
È significativo che scelga simboli che non uccidono l’energia ma la orientano.
Il cavallo resta impetuoso, il vento continua a soffiare, ma una piccola struttura direzionale decide la rotta. La lingua non è dunque il luogo della repressione, è il punto dove l’energia viene tradotta in direzione. Chi governa la lingua, dice Giacomo, può governare “tutto il corpo”. Potremmo dire, in termini psicologici moderni, che chi impara a regolare il proprio parlare impara a regolare l’intero sistema delle proprie reazioni emotive e comportamentali.
Se proviamo a capire cercando di restare il più vicino possibile agli originali, in entrambe le frasi l’idea di “perfezione” non è quella di un cristallo senza crepe, ma quella di una struttura che regge, di una forma compiuta.
Il termine téleios richiama il télos, ovvero il fine. Un essere è “perfetto” quando ha raggiunto il proprio scopo, quando le sue potenzialità hanno trovato una forma coerente.
Da Aristotele in poi, molta filosofia occidentale ha ragionato su questo punto. Un seme è “imperfetto” non perché sia difettoso, ma perché è ancora in potenza; diventa “perfetto” quando diventa albero, cioè quando realizza ciò per cui era stato, per così dire, progettato.
Anche Dante, nella Divina Commedia, mette in scena qualcosa di molto simile. Il suo viaggio non è la storia di un uomo moralmente impeccabile, ma di un uomo vivo tra le anime dei morti, un’anima ancora nella carne che attraversa l’errore per giungere alla fusione con Dio, rappresentando così tutte le altre.
Dante parte come viaggiatore smarrito in una selva oscura, guidato da Virgilio in un cammino che lo allontana dalla foresta del male. Il lungo percorso serve precisamente a sciogliere le incertezze, a purificare le ambivalenze, fino a permettergli di vivere l’incredibile esperienza di contemplare il vero aspetto di Dio.
Alla fine del viaggio il viaggiatore diventa poeta, non ci sono più due figure Dante, ma un solo Dante, viaggiatore che diventa narratore, cioè un uomo finalmente unificato, capace di raccontare ciò che ha visto.
In quest’ottica, la Commedia appare come una grande illustrazione narrativa di ciò che Giacomo chiama uomo “perfetto” e che l’antica sapienza esprime con il “sì sì, no no”.
Il Dante-personaggio è all’inizio un uomo diviso, smarrito, incapace di condursi con chiarezza, avvolto nella selva delle mezze verità e dei compromessi interiori. Il Dante-poeta, che racconta dall’esterno, rappresenta invece la coscienza integrata, capace di articolare l’esperienza in un discorso coerente.
Nel corso del poema, il viaggiatore e il poeta progressivamente si riallineano. L’esperienza vissuta e la parola che la narra diventano sempre più coincidenti. Non è un caso che la parte più ardua, ci ricordano molti interpreti, sia proprio il Paradiso, dove Dante deve trasformare la sua visione in parola, cioè trovare un lógos adeguato a ciò che ha visto. La perfezione, qui, non coincide con l’assenza di dubbi, ma con la capacità finale di dire in modo semplice e vero la propria visione.
Se vogliamo trovare un filo che unisce questi testi al pensiero psicologico contemporaneo, possiamo pensare a ciò che Carl Rogers chiamava congruenza. Ovvero, lo stato in cui il sé percepito, l’esperienza vissuta e l’espressione esterna sono allineati. Rogers sostiene che la salute psicologica cresce quando l’individuo riduce la distanza tra ciò che prova e ciò che comunica, abbandonando maschere e ruoli per parlare da un sé autentico. In questo senso, il “sì sì / no no” è una forma esistenziale di congruenza. Dire “sì” quando si è interamente orientati a un sì, dire “no” quando si è interamente orientati a un no, senza il rumore di fondo di ciò che si vorrebbe ma non si osa dire, ad esempio per non inimicarsi qualcuno.
Anche Viktor Frankl, ragionando sul senso della vita di fronte al dolore, nota che l’uomo trova la propria pienezza non nell’assenza di conflitto, ma in una direzione di senso chiaramente assunta. Il problema, per Frankl, non è il limite in sé, ma il vuoto di significato. Ciò che rende l’uomo “completo” non è l’aver eliminato ogni contraddizione, ma l’aver orientato l’esistenza verso un télos, un fine che unifica le sue scelte.
In questo quadro, il linguaggio svolge un ruolo decisivo. Nominare il proprio sì e il proprio no, definirli e riconfermarli, è già un modo di essere nel mondo.
Se allarghiamo lo sguardo verso Rumi troviamo una metafora sorprendentemente vicina a queste intuizioni. Il mistico persiano insiste sul fatto che la nostra vita è come una barca su un grande fiume di energia cosmica, possiamo remare contro, lasciandoci logorare dal conflitto, oppure possiamo allinearci al flusso profondo della realtà, che è amore e intelligenza.
Per lui, il punto di svolta spesso non è un cambiamento spettacolare, ma un piccolo movimento dell’essere, un “puntino” di sincerità che orienta la vela nella direzione giusta. Basterebbe un lieve aggiustamento nell’intenzione, una minuscola decisione di verità, perché tutta la rotta inizi gradualmente a correggersi.
Qui torna utile l’immagine del “punto” che fa uscire o rientrare in rotta. Se pensiamo alla lingua come al timone descritto da Giacomo, un singolo atto di parola autentica può segnare un’inversione di tendenza. Non serve che l’intera esistenza sia immediatamente senza errori; è sufficiente che, in un determinato momento, un “sì” o un “no” vengano pronunciati con allineamento tra pensiero, emozione e volontà.
Quel punto di allineamento, come in un sistema dinamico, può generare una nuova traiettoria. La consolazione, per chi si sente “fuori rotta”, è proprio questa, non è richiesto di cambiare tutto in una volta, ma di cominciare da un singolo atto di parola vera.
Da un punto di vista più filosofico, anche il tema del logos rimanda a qualcosa di più profondo della semplice lingua. Nella cultura greca, lógos è insieme parola, ragione, misura. Significa parlare, contare, ordinare.
Quando La Sapienza antica invita a regolare il lógos, sta toccando il nucleo stesso della razionalità umana. La lingua è il punto visibile di un processo invisibile, dietro ogni frase c’è un intero universo di concetti, emozioni, intenzioni. Regolare il parlare significa regolare la logica stessa con cui interpretiamo il mondo.
Da qui la connessione con la psicologia cognitiva moderna, che ha mostrato come i pensieri formulati linguisticamente influenzino le emozioni e i comportamenti. Cambiare il modo in cui ci parliamo interiormente è spesso il primo passo per cambiare la nostra vita.
Ma il testo biblico va oltre il piano linguistico. Quando Giacomo parla della lingua come di un fuoco capace di incendiare una grande foresta, non sta solo ammonendo contro la maldicenza, sta descrivendo il potere generativo del discorso nel bene e nel male.
La parola crea realtà sociali, determina relazioni, costruisce o distrugge reputazioni, genera fiducia o sospetto. In termini esistenziali, potremmo dire che ogni frase è un atto di progettazione del futuro: dicendo “sì” o “no”, decidiamo non solo ciò che facciamo, ma anche chi stiamo diventando.
La perfezione come completezza, allora, è anche diventare autori del proprio discorso, non un eco di parole o comportamenti altrui.
Dopo il viaggio iniziatico, Dante non resta un pellegrino che ha visto cose straordinarie, ma diventa poeta, cioè colui che dà forma a ciò che ha vissuto e lo offre agli altri in una narrazione capace di trasformare.
Solo alla fine il viaggiatore e il poeta coincidono: l’uomo che ha attraversato l’Inferno e il Purgatorio e ha contemplato il Paradiso diventa colui che, raccontando, mette ordine nella propria esperienza e offre agli altri un modello di itinerario. È un’immagine potente di ciò che ogni essere umano può vivere, in scala personale, il cammino dalla confusione alla parola chiara, dall’oscillazione dubbiosa del “forse” alla semplicità del “sì” e del “no”.
In termini pratici, cosa significa tutto questo per un lettore che non vuole aderire a nessun credo particolare ma desidera crescere in completezza e libertà? Significa, anzitutto, accettare che la perfezione non è l’assenza di errore, ma la coerenza crescente tra ciò che si pensa, si sente, si dice e si fa.
Un primo esercizio concreto potrebbe essere quello di osservare il proprio linguaggio quotidiano, quanto spesso usiamo parole che attenuano o confondono il nostro sì e il nostro no? Quante volte diciamo “vediamo”, “forse”, “magari”, quando in realtà dentro di noi c’è già una posizione chiara, che temiamo di esprimere?
Un secondo passo potrebbe consistere nello scegliere consapevolmente alcuni “puntini” di riallineamento. Per esempio, decidere che su una determinata questione importante (una relazione, un lavoro, un impegno) vorremmo dire solo ciò che siamo pronti a rendere vero con i fatti.
Dire “sì” solo se intendiamo realmente impegnarci, dire “no” solo dopo aver riconosciuto interiormente quel rifiuto e averlo assunto senza colpa.
Non si tratta di diventare bruschi o rigidi, ma di ridurre il divario tra parola e vita.
Un terzo elemento, forse il più sottile, riguarda il modo in cui parliamo a noi stessi. Il discorso interiore è la lingua con cui ci raccontiamo chi siamo e cosa possiamo. Qui il “sì sì / no no” può tradursi in un invito a smettere di sabotare la propria crescita con frasi ambigue o svalutanti. Invece di dire “forse non ce la farò mai”, potremmo provare a formulare affermazioni più nette: “ancora non ci riesco, ma posso fare questo piccolo passo concreto”.
Ogni parola chiara, detta con consapevolezza, è un puntino di riallineamento con quella corrente profonda con “il fiume della vita” e che la tradizione biblica descriverebbe come il lógos che sostiene l’universo.
Alla fine, il messaggio convergente di Gesù, di Giacomo, di Dante e persino di Rumi potrebbe essere letto così: l’essere umano diventa completo non cancellando ogni contraddizione, ma imparando a orientare il proprio discorso verso la verità. La lingua, da strumento di dispersione, può diventare timone di integrazione. Anche quando ci si è allontanati molto dalla rotta, basta un atto di parola autentica, un sì o un no detto fino in fondo, perché inizi un nuovo viaggio. È in quel punto minuscolo, apparentemente insignificante, che la vita può cominciare a riallinearsi, come una vela che finalmente si dispone nel vento giusto e, quasi senza sforzo, trova la propria direzione.
