Se in generale non credi in nulla, o se la parola ‘Vangelo’ ti fa pensare subito a catechismo e prediche, potresti domandarti perché mai dovresti perdere tempo a leggere la storia di Giuda in questo articolo.
Un personaggio antico, un tradimento, qualche moneta d’argento: cosa c’entra tutto questo con il lavoro, le relazioni, le scelte di oggi?
Proviamo a essere onesti: quasi tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti dalla parte del tradito o del traditore. Abbiamo rotto fiducia, abbiamo preso decisioni che ci hanno messo contro un gruppo, abbiamo portato fuori idee scomode e ci siamo presi addosso il fuoco incrociato.
Qui Giuda non è l’ennesimo ‘cattivo’ da condannare, ma il simbolo di un ruolo che prima o poi potrebbe toccare a tutti: il momento in cui decidi se restare comodo e zitto o se consegnare la verità che hai visto, sapendo che qualcuno ti fraintenderà.
La domanda, allora, non è tanto ‘Giuda ha tradito o no?’, ma ‘cosa faccio io quando vedo qualcosa che non torna? Mi adeguo, o espongo un corpus di idee al giudizio degli altri, rischiando di essere etichettato come traditore?’. Se leggi questo articolo con questa chiave, si sta chiedendo di usare una vecchia storia per guardare meglio alle tue scelte di vita.
Magari non ti troverai mai davanti a un Sinedrio, ma ogni giorno ti capita di scegliere se firmare un documento che non condividi, se coprire l’ingiustizia di un superiore, se restare in un progetto che tradisce i valori in cui dici di credere.
Può essere la decisione di denunciare un comportamento scorretto in azienda, di dire la verità in una famiglia che finge di non vedere, di uscire da un ambiente religioso o ideologico che non ti rappresenta più.
Ecco dunque che Giuda entra in scena, da Kerioth al cuore del piano segreto.
Per secoli il nome “Giuda” è stato sinonimo di tradimento, slealtà, colpo alle spalle.
Eppure, se torniamo ai testi, alle parole originali e alla logica degli avvenimenti, emerge una figura molto più complessa di quella del “cattivo della storia”.
Nel libro “L’Editto del Re” Giuda è raccontato come un personaggio strutturato, radicato in un ambiente rigido, proveniente probabilmente da Kerioth, nel sud della Giudea, contesto conservatore e tradizionalista.
Proprio questo humus fa di lui, paradossalmente, il candidato ideale per la missione più delicata: consegnare al vaglio delle autorità non solo un uomo, ma il corpus più esplosivo di insegnamenti che il suo tempo avesse conosciuto.
Giuda è descritto come l’economo del gruppo, colui che porta la borsa, che gestisce i beni comuni, forse anche i manoscritti, gli appunti, le chiavi interpretative più ardite del Maestro.
Nella lettura tradizionale questo dettaglio lo macchia di sospetto: Giovanni lo accusa di essere ladro, quasi un piccolo borsaiolo che ruba dalla cassa. Ma, guardato da un altro punto di osservazione, il suo rapporto con il denaro parla di altro: attenzione al valore, cura per ciò che va custodito, capacità di trattare con le istituzioni. In termini psicologici, diremmo che Giuda incarna quella parte di noi che si preoccupa di rendere “documentabile” ciò che è prezioso, che vuole che le cose siano registrate, pesate, pagate.
Se Gesù ha deciso di trasferire la propria identità dal corpo fisico a un diario dei suoi insegnamenti, a partire dal gesto sul pane e sul vino, allora il custode di quella dottrina doveva essere qualcuno capace di maneggiare testi, denaro, procedure.
Non il discepolo più mistico, ma quello più pratico.
Non necessariamente il più buono nel senso ingenuo, ma il più stratega e rigoroso nel far arrivare il materiale esattamente dove doveva arrivare.
“Questo è il mio corpo”: quando il corpo diventa corpus
Il punto di svolta sta nel Cenacolo, ovvero la famosa “Ultima Cena”.
I Vangeli riferiscono che Gesù, durante la cena, prende il pane, rende grazie, lo spezza e dice “Questo è il mio corpo”. Il termine greco è sōma, che non indica soltanto la carne biologica, ma l’insieme vivo di ciò che una persona è, la sua identità operativa, il suo “corpo” in senso pieno. “L’Editto del Re” legge questa frase come una dichiarazione di trasferimento di identità: da quel momento, il vero “corpo” di Gesù non è più primariamente il corpo fisico, ma il corpus di insegnamenti, parabole, parole e interpretazioni che egli ha accumulato e condiviso con i suoi intimi e, fino a quel momento, in parte con il mondo.
Il verbo “è” è al presente, non al futuro: Gesù non dice “diventerà il mio corpo” o “rappresenta il mio corpo”, ma “questo è il mio corpo”. In quell’istante, mentre spezza il pane, avviene una metamorfosi di identità: dal contenitore al contenuto, dalla persona alla dottrina.
Il pane spezzato diventa la figura della sua parola suddivisa, distribuita, assimilata; il vino versato rappresenta la vita di quella parola, il sangue dell’alleanza, la linfa di un patto nuovo che passa ormai attraverso un “libro”, non più solo attraverso la presenza fisica del Maestro.
Se questo è vero, allora ciò che sarà “consegnato” alle autorità non potrà essere solo un uomo da arrestare, ma un dossier dottrinale, un manoscritto, un editto di contenuti da discutere, interrogare, eventualmente condannare.
Il Sinedrio non cerca solo un corpo, cerca un capo di imputazione dottrinale: qualcosa da opporre, contestare, mettere al bando.
Paradidōmi: tradire o consegnare?
Il verbo chiave che decide il destino di Giuda è paradidōmi. Nelle traduzioni italiane e latine è quasi sempre reso con “tradire”, “consegnare al nemico”, “mettere nelle mani di”. Ma la sua radice è neutra: significa anzitutto “consegnare, affidare, rimettere nelle mani di qualcuno”.
Nel racconto dell’ultima cena Gesù dichiara: “Uno di voi mi consegnerà”. Se immaginiamo che l’oggetto principale della consegna sia ormai il manoscritto dottrinale, la frase si colora di un significato diverso. Non più “uno di voi mi venderà”, ma “uno di voi avrà il compito di affidare questo diario al giudizio del mondo”.
Il verbo usato per Giuda è lo stesso che in altri contesti indica il semplice passaggio di qualcosa da mano a mano: consegna di un testimone, affidamento di una realtà preziosa, trasmissione di un insegnamento.
La tradizione successiva ha enfatizzato l’aspetto moralistico, spostando l’accento sul tradimento personale, perché questo permetteva di costruire una narrazione netta, esemplare: il santo e il traditore.
Ma dal punto di vista linguistico, nulla impedisce di leggere paradidōmi come “atto di consegna funzionale a un piano più grande”.
Nel concreto, è quello che succede quando qualcuno decide di portare alla luce una verità scomoda che tutti preferirebbero tenere chiusa in stanza: sa che verrà visto come traditore, ma sa anche che senza quella consegna nulla cambierà davvero.
Da un punto di vista psicologico, possiamo dire che Giuda incarna la funzione del “mediatore pericoloso”: colui che prende su di sé il compito di portare fuori dal perimetro protetto del gruppo quel materiale che, se restasse chiuso nel Cenacolo, non verrebbe mai sottoposto al vaglio della realtà. È la parte di noi che decide: “Ora questa intuizione deve uscire dal mio diario e affrontare il mondo”. È un gesto rischioso, perché espone alla critica, alla censura, al rifiuto.
Il boccone intinto: una investitura più che una condanna
Il Vangelo racconta che Gesù indica il traditore con un gesto: “Colui al quale darò il boccone intinto”.
Intingere, nel greco del testo, richiama baptō, da cui deriva baptizō: immergere, bagnare, battezzare.
Quel boccone intinto non è solo un pezzo di pane insaporito, ma una miniatura concentrata del corpus, un frammento di dottrina immerso in un olio simbolico di consacrazione.
Offrendo a Giuda quel boccone, Gesù non lo stigmatizza; lo “battezza” nel compito. È come se lo ungesse, alla maniera antica con cui si consacravano re, profeti e sacerdoti, affidandogli la missione più dura: essere colui che porta l’editto del Re davanti ai tribunali del tempo.
Anche l’espressione “Satana entrò in lui” acquista in questa chiave un significato diverso. Satàn, nella radice ebraica, indica l’“avversario”, “l’accusatore”, la parte che si oppone per mettere alla prova. Se l’oggetto di cui parliamo non è solo il corpo fisico, ma la raccolta di sapienza del Maestro, allora l’ingresso di Satana non è la possessione diabolica di un individuo, ma l’attivarsi, in Giuda, della funzione avversaria: la necessità che quel diario segreto sia sottoposto a critica, accusa, contraddittorio.
Qui la psicologia analitica di Jung e la dialettica filosofica hegeliana si incontrano.
Jung ha mostrato come ogni verità interiore debba passare attraverso la conflittualità con l’Ombra, con l’avversario interno, per trasformarsi in qualcosa di stabile.
Hegel parlava della triade tesi–antitesi–sintesi: la verità si afferma passando per la negazione che la mette alla prova.
Giuda è la figura narrativa di questa antitesi necessaria. Senza di lui, la dottrina di Gesù resterebbe un’intuizione privata, non un editto sottoposto al giudizio del mondo.
“Fa presto quello che devi fare”: l’urgenza delle condizioni favorevoli
Quando Gesù dice a Giuda “Fa presto quello che devi fare”, i testi greci suggeriscono un avverbio di urgenza: tacheion, “più in fretta, rapidamente”. Non è la frase di un Maestro rassegnato, ma di qualcuno consapevole che il suo piano ha tempi e finestre precise.
Il verificarsi di certi eventi dipende spesso dal passaggio attraverso porte che, se non oltrepassate in tempo, si chiudono.
“L’Editto del Re” propone un parallelo con i tentativi di volo di Leonardo Da Vinci: per quanto geniale sia il progetto, se non incontra le condizioni aerodinamiche e tecnologiche adatte, non decollerà. Allo stesso modo, il corpus di Gesù, per affermarsi, deve essere consegnato in un momento storico determinato, in un preciso equilibrio politico e religioso. Se si perdesse quell’attimo, il manoscritto rischierebbe di rimanere nascosto o di venire distrutto senza lasciare traccia.
Dal punto di vista pratico, questo ci dice qualcosa di molto semplice: esistono momenti nei quali una verità, un progetto, una decisione devono essere portati allo scoperto, anche se questo ci espone. Rimandare all’infinito non è prudenza, è spesso la forma più elegante di auto-sabotaggio.
L’urgenza che Gesù trasmette a Giuda è la stessa urgenza che, nella nostra vita, ci chiede di smettere di perfezionare all’infinito un’idea e di permetterle di incontrare la realtà.
Il bacio di Giuda: segnale di riconoscimento o sigillo?
Quante volte, nella vita di tutti i giorni, siamo costretti a dire qualcosa di scomodo proprio a persone che amiamo, sapendo che verrà interpretato come un tradimento?
La scena del Getsemani è tra le più note e più fraintese.
Giuda guida una folla di soldati e delegati, si avvicina a Gesù e lo bacia: questo è il segnale convenuto. Il testo greco usa il verbo kataphileō, che indica un bacio intenso, ripetuto, carico di affetto. Non un rapido tocco formale, ma un gesto appassionato.
Giuda voleva bene al suo Maestro e si fidava del suo piano.
Da secoli questo bacio è stato letto come la massima ipocrisia: un segno di amore usato per tradire. Ma la domanda è semplice e disarmante: davvero un personaggio così noto come Gesù di Nazaret aveva bisogno di un segnale di riconoscimento per essere identificato dalle guardie? Per tanto tempo aveva predicato in pubblico, insegnato nel Tempio, discusso con i capi del popolo davanti alle folle. È difficile pensare che nessuno sapesse chi fosse o che non lo si potesse riconoscere, era ormai diventato un personaggio famoso!
Se però in scena non c’è più solo il corpo fisico, ma anche, e forse soprattutto, il diario segreto dei suoi insegnamenti, il quadro cambia.
Il bacio diventa il gesto con cui Giuda consegna il tesoro che gli è stato affidato: il manoscritto, le parole, le chiavi interpretative raccolte nelle esperienze del Maestro. Quel bacio non è più rivolto alla carne, ma al materiale prezioso della vita di Gesù, la sua dottrina.
Nel mondo ebraico antico il bacio non era soltanto un segno di affetto privato, ma poteva accompagnare anche i gesti di venerazione e di rispetto verso la Torah e i rotoli sacri, specialmente nelle epoche successive, quando si sviluppa l’uso di sfiorare e baciare i testi per esprimere adesione e amore al contenuto. In questa luce, il bacio di Giuda si può leggere anche come un gesto ‘liturgico’ ante litteram: non la caricatura di un tradimento affettivo, ma il sigillo con cui un discepolo, incaricato del compito più duro, affida alle mani del mondo ciò che, ai suoi occhi, vale più di qualsiasi corpo, cioè il libro vivente degli insegnamenti del Maestro.
Non è dunque il bacio della menzogna, ma il bacio doloroso di chi accetta di non trattenere per sé ciò che ha di più caro.
Dal punto di vista psicologico, si potrebbe dire che il bacio di Giuda rappresenta l’atto con cui lasciamo andare un attaccamento, anche autentico, per permettere a una verità di vivere oltre di noi. È il momento in cui accettiamo che un figlio, un testo, un progetto escano dalla nostra orbita e affrontino la vita.
Il processo: un uomo o un’idea sul banco degli imputati?
Se proseguiamo il cammino in questa prospettiva, il processo che segue appare meno come una vicenda di sola violenza fisica e più come un grande dibattimento su un sistema di pensiero.
Le accuse che vengono rivolte a Gesù non riguardano reati comuni: nessuno lo accusa di furto o omicidio. Gli contestano affermazioni su Dio, sul Tempio, sul Figlio dell’uomo, sul Regno.
Se leggiamo la scena come un grande processo a un testo, le accuse acquistano un colore diverso. L’idea di distruggere e ricostruire il Tempio in tre giorni non suona più come la minaccia fisica di abbattere un edificio, ma come l’annuncio che l’intero sistema religioso, fondato su sacrifici, separazioni e mediazioni obbligate, sta per essere superato da un modo nuovo di accedere a Dio.
Tre giorni diventano il tempo simbolico necessario perché quel corpus di insegnamenti, messo a morte dalla censura religiosa e politica, attraversi il rifiuto, il silenzio e poi torni a circolare in una forma diversa, più libera.
La “pretesa” di regalità non politica ma spirituale è l’affermazione che il vero potere non passa più dai palazzi o dai templi, ma dalle coscienze che prendono sul serio quelle parole di vita.
Per il Sinedrio e per Roma questo è intollerabile, perché sposta l’asse del potere fuori dai loro perimetri.
Così l’interpretazione della Legge in chiave di misericordia e libertà non è un dettaglio teologico, ma il cuore dell’accusa: un libro che osa dire che l’uomo viene prima del sabato, che il perdono può spezzare il circuito della colpa, mina alla radice l’ordine costruito sul senso di inadeguatezza permanente.
Il Sinedrio rappresenta il tribunale del sacro che teme di perdere il monopolio dell’accesso a Dio; Roma incarna il potere politico che non può tollerare un editto che proclama una regalità interiore, non controllabile con le tasse o con le legioni.
Le accuse diventano allora il tentativo, quasi disperato, di riportare dentro categorie penali un manoscritto che, per sua natura, eccede quei confini.
È esattamente questo che rende quel processo così vicino ai nostri giorni ogni volta che un’idea scomoda viene accusata di essere ‘pericolosa’, ‘sovversiva’, ‘blasfema’, spesso è perché mette in discussione un tempio – sia esso religioso, politico, economico o culturale – che qualcuno ha interesse a mantenere intatto.
In questo contesto, Giuda non è più il semplice traditore, ma colui che ha reso possibile il processo alle idee di Gesù Cristo. Senza la sua consegna, le parole del Maestro sarebbero rimaste in un circolo ristretto; con la consegna, diventano oggetto di un confronto pubblico, che, per quanto violento, finirà per trasformarle in patrimonio dell’umanità.
La morte di Giuda: impiccagione, viscere e otri vecchi
Ma se Giuda era un discepolo così fedele, perché è morto impiccato, o cadendo da un dirupo in modo così brutale?
Premettiamo subito che ci sono lavori, ruoli, identità che hanno avuto un senso e poi devono “morire” concludere il loro percorso perché non reggono più il vino nuovo di ciò che abbiamo capito.
Sulla fine di Giuda i testi neotestamentari offrono due versioni: Matteo parla di impiccagione; gli Atti raccontano che, dopo aver acquistato un campo, Giuda cade, si squarcia nel mezzo e le sue viscere si riversano fuori.
L’apparente contraddizione ha alimentato per secoli discussioni. Noi prediligiamo cogliere soprattutto il valore simbolico della scena.
Lo squarciarsi “nel mezzo” e la fuoriuscita delle viscere (splanchna) possono essere letti come la dissoluzione di un contenitore che ha esaurito la sua funzione.
Le viscere, nella cultura biblica, non indicano solo organi fisici, ma il centro delle emozioni profonde, delle motivazioni intime. Che esse si riversino significa che il vecchio modo di sentire e di pensare non è più in grado di contenere ciò che è accaduto.
Qui il richiamo di Gesù alle “otre vecchie” e al “vino nuovo” diventa estremamente pertinente.
Otri vecchi non possono contenere vino nuovo: si rompono, e il vino si perde.
Giuda, come rappresentante di una mentalità antica, legalista, contabile, radicata in schemi rigidi, è l’otre che si spacca sotto la pressione del vino nuovo della dottrina.
La sua morte diventa allora la figura di un’auto-dissoluzione: il vecchio sistema collassa perché non può più comprendere una verità che è ormai passata attraverso il crogiuolo del processo.
Il “campo del sangue”, acquistato con i trenta denari, è chiamato Hakal-Damà, “campo del sangue”. Se il sangue è la vita della dottrina, il campo diventa il luogo in cui ciò che è stato guadagnato attraverso la consegna viene seminato. Il prezzo del “crimine”, invece di rimanere macchia, si trasforma in terreno di trasformazione.
Da un punto di vista psicologico, la morte di Giuda può essere interpretata come l’immagine del crollo di un certo assetto dell’Io dopo aver svolto una funzione decisiva.
Jung parlerebbe di “morte dell’Ego” come passaggio necessario per la nascita del Sé autentico: certe strutture della nostra identità devono “morire” perché la verità più profonda possa vivere.
In questo senso, Giuda non è punito per aver tradito, ma consuma fino in fondo il proprio ruolo di otre vecchio che deve lasciare il posto a un contenitore più adeguato.
Una traduzione più accurata dei passaggi chiave
L’annuncio della consegna (Giovanni 13,21–27, sintesi)
“Avendo detto queste cose, Gesù fu turbato nello spirito, e rese testimonianza e disse: ‘In verità, in verità vi dico che uno di voi mi consegnerà (paradōsei).’ I discepoli si guardavano l’un l’altro, perplessi riguardo a chi parlasse. Ora, uno dei suoi discepoli, quello che Gesù amava, era reclinato nel seno (kolpos) di Gesù. Simon Pietro dunque fa cenno a lui di chiedere chi fosse quello di cui parlava. E quello, reclinandosi così sul petto (stēthos) di Gesù, gli dice: ‘Signore, chi è?’ Gesù risponde: ‘Quello è, per il quale io intingerò (bapsō) il boccone (psōmion) e glielo darò.’ Avendo dunque intinto il boccone, lo prende e lo dà a Giuda, figlio di Simone Iscariota. E dopo il boccone, allora Satana entrò in lui. Gesù dunque gli dice: ‘Quello che fai, fallo più presto (tacheion).’”
Qui la scelta di paradōsei orienta già la lettura: se traduciamo con “consegnerà”, emergono la funzione e il mandato; se scegliamo “tradire”, accentuiamo il giudizio morale e chiudiamo la domanda. Baptō richiama un gesto di immersione, che ben si presta a essere letto come “attivazione” rituale della missione.
Il bacio di Giuda (Matteo 26,48–50, sintesi)
“Ora colui che lo consegnava (ho paradidous) aveva dato loro un segno, dicendo: ‘Quello che bacerò intensamente (kataphilēsō), quello è; prendete e conducetelo.’ E subito, avvicinandosi a Gesù, disse: ‘Salve, Rabbi!’ e lo baciò intensamente (katephilēsen). Gesù gli disse: ‘Amico (hetairos), per questo sei presente?’ Allora, avvicinatisi, misero le mani su Gesù e lo presero.”
L’avverbio intensivo kata– indica un bacio ripetuto, carico. Il termine hetairos non è l’amico intimo (philos), ma il compagno di cammino, il socio: non c’è disprezzo nella parola di Gesù, c’è il riconoscimento di un ruolo.
La fine di Giuda (Atti 1,18–19, sintesi)
“Costui dunque acquistò un campo con il salario dell’ingiustizia, e precipitando in avanti scoppiò nel mezzo (elakēsen mesos) e si sparsero tutte le sue viscere (exechythē panta ta splanchna autou). E ciò è divenuto noto a tutti quelli che abitano Gerusalemme, al punto che quel campo è chiamato nella loro propria lingua: ‘Akeldamà’, cioè ‘Campo del sangue’ (agros haimatos).”
La combinazione “mezzo” e “viscere” suggerisce un collasso interno, una rottura del centro emotivo. Splanchna, come abbiamo visto, è il luogo delle emozioni profonde.
Una lettura possibile, innovativa ma coerente
Alla luce di questi passaggi, possiamo provare a rispondere alla domanda iniziale: è possibile leggere Giuda non come semplice traditore, ma come discepolo che assume il compito più difficile, senza forzare i testi?
La proposta che emerge dall’articolo sulla Pasqua è chiara:
1. Sul piano linguistico, paradidōmi consente una lettura di “consegna funzionale”, non solo di “tradimento morale”.
2. Sul piano narrativo, le accuse e il processo sono centrati sul contenuto dottrinale, non su reati comuni.
3. Sul piano simbolico, boccone intinto, bacio intenso, campo del sangue e viscere rappresentano gesti di investitura, consegna e dissoluzione di un vecchio contenitore.
4. Sul piano psicologico, Giuda incarna la funzione necessaria dell’avversario, del mediatore, dell’otre vecchio che, dopo aver consegnato il vino nuovo, si rompe.
Filosofi e psicologi possono aiutarci a dare spessore a questa lettura. Kierkegaard vedeva in Abramo il “cavaliere della fede” che compie un atto apparentemente assurdo, sospendendo l’etica per obbedire a una logica più alta; Giuda, in questa chiave, potrebbe essere il cavaliere oscuro della storia evangelica, colui che compie un atto eticamente inaccettabile se isolato, ma funzionale al dispiegarsi del piano di consegna del corpus di Cristo al mondo.
Nietzsche, criticando la morale della colpa e del risentimento, denunciava la costruzione di figure “cattive” utili a mantenere il gregge nella paura. Il Giuda tradizionale ha svolto per secoli questa funzione di capro espiatorio morale. Una lettura più aderente ai testi riduce questa dinamica: non c’è più bisogno di demonizzare un individuo per tenere in piedi un sistema di colpa.
Jung, come ricordano le pagine su Giacobbe e sulla lotta con l’angelo, ha mostrato come le figure bibliche rappresentino spesso processi interiori: la lotta con l’Ombra, la slogatura dell’anca come cedimento di un assetto psichico superato, il cambio di nome come nascita di una nuova identità. Giuda può essere letto nella stessa prospettiva: la sua azione apre una ferita, il campo del sangue, ma quella ferita diventa il luogo in cui una nuova comprensione può germogliare.
La prospettiva pratica: cosa ce ne facciamo oggi della storia di Giuda Iscariota?
Se accettiamo di considerare Giuda come “discepolo della consegna” più che come “campione del tradimento”, il suo personaggio smette di essere una figura da odiare e diventa un modello problematico, ma utile, per guardare alla nostra vita.
Ogni volta che abbiamo tra le mani una verità che ci sembra preziosa – un’intuizione, un lavoro, una parola di vita – siamo chiamati a decidere se tenerla chiusa nel nostro Cenacolo interiore o consegnarla al mondo, sapendo che verrà criticata, fraintesa, forse rifiutata.
Giuda è la funzione che ci spinge a rischiare.
Il bacio ci ricorda che, spesso, ciò che più amiamo dobbiamo lasciarlo andare.
Questo riguarda una relazione, un progetto, ma anche un’immagine di noi stessi. Non è tradimento verso il passato: è vita del presente e consegna al futuro.
La morte, letta come dissoluzione dell’otre vecchio, ci invita a riconoscere quando un certo modo di pensare, pur avendo avuto una funzione utile, ha esaurito il suo ruolo.
Continuare a identificarsi con un Io che ha già compiuto il proprio servizio produce solo colpa sterile. Permettergli di “morire” significa dare spazio a un modo di essere più adeguato al vino nuovo che abbiamo incontrato.
Infine, Giuda ci mette di fronte alla domanda più scomoda: quante volte, nella storia religiosa e politica, l’immagine del “traditore” è stata costruita per semplificare racconti complessi e spostare la responsabilità dalle dinamiche di potere a un singolo colpevole?
Riconsiderare Giuda significa imparare a diffidare delle narrazioni che hanno sempre bisogno di un “cattivo” assoluto per funzionare.
Per un lettore di oggi, non si tratta di “assolvere” Giuda a tutti i costi, né di sostituire un dogma con un altro. Si tratta di farsi carico della complessità che i testi permettono, imparando a tenere insieme più livelli di lettura: letterale, simbolico, psicologico.
In questa prospettiva, l’indagine che abbiamo fatto e proposto non solo è possibile, ma appare perfettamente coerente con le parole originali greche, con la logica narrativa dei Vangeli e con una lettura razionale delle metafore: Giuda come discepolo della consegna, incaricato di portare l’Editto del Re davanti al mondo, e poi costretto a dissolvere il proprio vecchio Io perché quel corpus possa vivere davvero.
Una figura scomoda, certo, ma forse molto più vicina alla nostra esperienza di quanto non pensiamo.
E se, dopo aver riletto Giuda così, torniamo all’articolo sulla Pasqua e sul Cenacolo di Leonardo, l’invito si chiude in modo circolare: se questo modo di guardare ti smuove qualcosa dentro, mettilo alla prova nei testi, confrontalo, discutilo con altri.
Non perché tu debba credere a questa, o quella, interpretazione, ma perché, come il corpus che Giuda consegnò, anche le tue convinzioni possano essere vagliate alla luce della ragione, della coscienza e dell’esperienza.
Solo così, davvero, possono diventare parole di vita.
Anche se non ti interessa la religione, la domanda resta attuale: preferisci fare la parte di chi ridicolizza il libro nuovo quando arriva, o di chi accetta che le proprie certezze vengano messe alla prova?
