
c’era una scala,
sospesa.
gradini di altezza diversa, ampiezza diversa,
che salivano e scendevano
in direzioni che l’occhio non trovava.
i gradini inferiori non c’erano più.
non svaniti, assenti.
come se la geometria avesse smesso
di riprodurli.
a ogni nuovo scalino
qualcosa cadeva dietro le spalle
senza rumore.
la luce illuminava solo il gradino sotto i piedi,
e spesso solo dopo averli poggiati.
si viveva in un livello sospeso:
il mare, un’ipotesi in basso.
il cielo, un’ipotesi in alto.
talvolta, uno dei due si toccava con un dito
senza sapere quale.
per alcuni, certi gradini erano salita lenta.
per altri, la stessa soglia era caduta verticale.
la scala non registrava intenzioni.
solo passi.
qualcuno giurava di salire,
ritrovandosi più in basso.
altri, convinti di cadere,
si scoprivano più vicini al cielo.
durante il sogno i passi continuavano,
effimeri e concreti,
su gradini che forse non esistevano
o esistevano solo allora.
la scala continuava,
registrava passi
fino a un termine
senza preavviso.
