Ciò che fu, non è più.
Ciò che sarà, non è qua.
E in mezzo, sospesi, tra queste due realtà,
come una goccia che non è più pioggia e non è ancora mare,
ci siamo noi.
Oggi.
Presenza e Potenzialità.
La paura non è profezia,
è solo immaginazione travestita da destino,
un’ombra che ingigantiamo,
un mostro disegnato dai nostri stessi passi sul muro,
che si allunga solo perché ci allontaniamo dalla luce,
finché non ci sembra reale
e che talvolta finiamo per rendere reale.
Ma il buio che temiamo
spesso non arriva mai,
e quando arriva,
non è mai come lo avevamo temuto,
ma, nel frattempo, lo abbiamo già vissuto come se fosse accaduto.
Il passato è pietra:
non si scolpisce due volte.
Portarlo ancora sulle spalle
non lo cambia,
ma appesantisce il cammino.
Il futuro è pagina bianca,
non ancora scritta,
inchiostro che dorme ancora nella penna
eppure ogni riga
la tracciamo oggi,
con le mani di questo istante.
Il futuro non è altro
che un presente che deve ancora arrivare.
E il passato non è altro
che un presente che è già stato.
Tra i due, resta solo il presente,
che possediamo,
l’unica moneta
che il tempo ci mette in mano,
e che spendiamo,
o sprechiamo,
un respiro alla volta.
Oggi dopo Oggi.
Nel corso del tempo.
Il tempo.
Non lo accumuliamo.
Non lo fermiamo.
Possiamo solo scegliere
come lasciarlo scorrere.
Sarebbe meglio spenderlo
in ciò che desideriamo rendere nostro,
anche se ancora lontano,
perché ciò che immaginiamo con amore
si avvicina,
come ciò che temiamo con paura
finisce per governarci.
Ciò che innaffiamo, cresce.
Non è il mondo a renderci schiavi,
siamo noi stessi, quando lasciamo
che Ieri e Domani
dominino un Trono
che spetta solo all’Oggi.
Nelle Lettere a Lucilio di Seneca si legge:
«soffriamo più spesso nell’immaginazione
che nella realtà».
La felicità non è altrove.
È qui, se impariamo a vederla.
Forse il giardino dell’Eden non è uno spazio,
ma un tempo: l’Oggi.
In principio, gli Alberi sono il frutto del Passato:
già maturo, già trascorso.
Gli animali sono un possibile Futuro
o un Presente non ancora domato.
Solo chi li nomina, li identifica
cammina nel giardino da uomo libero,
non da preda della propria selva.
Adamo conquistò il Giardino
imparando a chiamarlo per nome.
Forse non fummo mai cacciati dall’Eden,
come non fummo cacciati dall’Oggi.
Il tempo scorre, e con lui i nostri occhi.
Lo stesso giardino, Ieri, sembrava un altro.
Non è lui che è cambiato.
Sono i nostri occhi che cambiano col tempo.
Questo è l’impero che si può riconquistare:
ogni giorno vivendo il nostro Oggi
consapevoli che è questo il nostro Eden.
E se non lo vediamo come tale,
dobbiamo iniziare a cambiarlo,
o forse, semplicemente,
a vederlo meglio, per ciò che è.
L’occasione che ci appartiene:
giochiamocela al meglio!
Forse è questo il nostro Oggi.
Il nostro Eden.

